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Newsletter di Novembre

11 ore fa
Tempo di lettura: 11 min

Amiche, amici,

 

non so voi, ma io mi sono girato un attimo, ed era già novembre.

 

Cammino tra gli alberi dei nostri filari agroforestali e mi godo questa luce calda e malinconica.

 

Per chi fa il nostro mestiere, o per chi lavora all’aperto in generale, le giornate che si accorciano portano con sé un sollievo, un sapore di traversata compiuta. Dopo le potature delle piante di supporto dei mesi scorsi, le semine degli erbai e delle ultime colture veloci, nell’orto non rimane che raccogliere la verdura piantata in estate e organizzare la biomassa che ne deriva. È il periodo perfetto per distribuire compost sui letti che si svuotano, e magari seminarci fave e aglio, a segnare quello che è a tutti gli effetti l’inizio della stagione agricola che culminerà la prossima estate.

 

Per me questo è sempre un momento magico. Mi riporta alla mente i gesti di più di dieci anni fa, quando iniziavo a improvvisarmi contadino. Emerge, in questo amalgama di emozioni, la consapevolezza di essere in viaggio: in viaggio tra le stagioni che si susseguono, tra metodi e paradigmi agricoli, tra mestieri e generazioni diverse.

 

In questi giorni, su mille fronti diversi, il nostro piccolo mondo, se visto attraverso una lente piccolo-borghese, ci sembra in fiamme per l’ennesima volta, tra guerre, proteste, governi incompetenti e multinazionali onnipotenti. La sopravvivenza delle meccaniche socio-culturali a cui ci eravamo abituati è minacciata da scosse sempre più veementi. Gli agricoltori del sud in strada, gli studenti del nord in piazza, la guerra fredda tra Stati Uniti e Cina a colpi di A.I, le varie guerre in giro per il mondo e tutto quello che vi ruota intorno sono solo gli ultimi lampi di questa tempesta incessante, che affonda le sue radici molto lontano. Da vecchio anarchico incallito, mi fermo un attimo a osservare e ricordo a me stesso che le crisi, nelle loro manifestazioni più rumorose, sono quasi sempre l’espressione di un sistema morente che si dimena nella morsa del nuovo che avanza. Questa evoluzione si articola in tanti scatti e tremori scomposti: della società e delle sue istituzioni macchinose e obsolete, della cultura autoreferenziale e un po’ posticcia del nostro Occidente, degli ecosistemi che invadono e si fanno invadere da specie cosiddette aliene, delle classi sociali che divengono consapevoli di esistere e di cambiare, di un paesaggio decadente. Ciascuno di noi, con le proprie lotte interiori ed esteriori, è attraversato da questo processo e ne esprime alcuni aspetti. Da studenti di ecologia, sappiamo che questi sussulti potrebbero rivelarsi i primi movimenti, sconnessi e goffi, della crisalide che si accorge che la metamorfosi è quasi completa. Quale farfalla emergerà da questi turbamenti, resta da vedere. Nel frattempo invito me stesso a osservare questi processi in chiave olistica, allargando lo sguardo il più possibile, al di là della forma che assumono le nostre percezioni e imprese individuali.

 

Citando un visionario con cui ho avuto il privilegio di condividere un pezzettino di strada: «Dentro di me vivono la mia identica vita dei microrganismi che non sanno di appartenere al mio corpo. E io, a quale corpo appartengo?»

 

A latere, e nel rimescolio di tutti questi movimenti tellurici, anche la mia minuscola vita di menestrello agricolo è stata in viaggio nell’ultimo mese. Sono stato nelle Marche, da Yuri e Isabella di Rasoterra, e in Puglia, da Nico e Gaia di Casa Centofoglie. Quello che ho percepito, fra le tante persone che ho incontrato e con cui ho chiacchierato, è un entusiasmo, un’energia esplosiva, una voglia di creare, costruire, rigenerare il tessuto delle nostre vite, soprattutto dal punto di vista sociale. Ad accomunare i tanti che partecipano ai corsi che tengo, e che condividono generosamente i loro sguardi, i loro esperimenti e i loro percorsi, è, più che la voglia di fare un’agricoltura diversa, quella di costruire un altro mondo, che poggi su fondamenta completamente diverse. Un mondo in cui suggerire che il cavallo sia più efficiente del trattore, il mutuo aiuto delle dinamiche di mercato e la CSA dei mercati contadini non sia un’eresia, ma buon senso. Un mondo in cui l’ecosistema sia l’unità su cui tutto poggia, e non una curiosità scientifica.

 

Di questo, e dei tanti modi in cui si declina questa voglia di costruire, ho scritto, in varie forme e da angoli diversi, in molte delle cose che trovate qui sotto, nella newsletter di questo novembre.

 

Ci sono una serie di riflessioni sul rapporto con la vendita e con i clienti, sulla condivisione tra colleghi e sull’importanza di essere un po’ più hobbisti e meno professionisti in agricoltura. C’è un’introduzione sistematica all’agricoltura sintropica, in due parti. C’è il racconto di un incontro che mi ha ispirato e scosso, con un custode di semi eccezionale. Ci sono le solite rubriche. Buona lettura.


 

Condividere o monetizzare

 

Per preparare il corso di orticoltura rigenerativa che ho tenuto qualche settimana fa a Rasoterra, l’azienda agricola di Yuri e Isabella in provincia di Fermo, avevo chiesto a diversi colleghi di inviarmi foto e video dei loro processi di lavoro: la preparazione dei letti, i trapianti, la sequenza delle operazioni che li precedono e li seguono, e soprattutto la gestione del suolo dopo la raccolta, fra lavorazioni, pacciamature, fertilizzazioni e irrigazioni. Questi materiali mi servivano come base per affrontare un tema che considero centrale: come generalizzare una tecnica senza copiarla.

 

La disponibilità, la rapidità e la generosità della grande maggioranza dei colleghi con cui ho il privilegio di lavorare continuano a sorprendermi, e ne sono profondamente grato. Talvolta, però, emerge anche qualcosa di meno piacevole. In questa occasione un collega ha rifiutato di inviarmi i materiali, sostenendo che rappresentano il suo lavoro, che lui stesso tiene corsi a pagamento e che, utilizzandoli in un’attività per cui vengo retribuito, non sarebbe stato giusto cedermeli gratuitamente.

 

Un episodio simile mi era già capitato con un altro agricoltore che avevo invitato al podcast Pionieri.

 


 

Contadini, professionisti, hobbisti

 

In agricoltura, come in molti altri settori, esiste la tendenza a marginalizzare, e talvolta a ridicolizzare, chi svolge questo lavoro senza ricavarne un reddito. Li si definisce amatori, o hobbisti, un’espressione che trovo infelice: si tratta di persone che praticano l’autoproduzione, che cercano l’autosufficienza, che coltivano il cibo per la propria famiglia. E vengono spesso considerate una categoria a parte, inferiore a chi coltiva di professione.

 

Proprio queste persone, invece, sono spesso quelle che possono permettersi di rischiare di più. Chi fa agricoltura di mestiere deve far quadrare i conti a fine mese, e quindi è costretto a scegliere le tecniche anche in base alla loro efficienza e redditività. Chi coltiva per sé può investire più tempo e più risorse, commettere molti più errori e, proprio per questo, sperimentare intuizioni che a un professionista sarebbero precluse. Molti di loro, inoltre, lavorano con un’attitudine pienamente professionale pur senza guadagnarci nulla, portando nel campo la precisione maturata in un altro mestiere, in un ufficio tecnico o in uno studio contabile, e hanno molto da insegnare a chi coltiva per vivere. Liberi dai vincoli dell’efficienza aziendale e dalla necessità di accumulare capitale da reinvestire, possono condurre esperimenti da cui tutti possiamo imparare qualcosa che altrimenti non impareremmo.

 


 

Il cliente non esiste

 

Nella visione che ho di questo mestiere, la vendita occupa un posto secondario. Il nostro lavoro consiste nel collaborare con l’ecosistema per produrre cibo, e quel cibo deve naturalmente arrivare a qualcuno che lo mangi; ma che il passaggio avvenga attraverso uno scambio di denaro è soltanto una delle forme possibili. In passato ho avuto la fortuna di lavorare in contesti in cui il cibo veniva prodotto e condiviso senza alcuno scambio monetario, e da allora considero sia il mio lavoro di agricoltore sia quello di divulgatore come un’occasione per attenuare la linea di demarcazione fra cliente e produttore.

 


 

Introduzione all’agricoltura sintropica

 

Da circa cinque anni studio con attenzione e avidità l’agroforestazione sintropica. Ho avuto il privilegio di visitare aziende, intervistare progettisti, frequentare corsi. Al di là delle sue pretese produttive e della maniera caricaturale con cui viene spesso dipinta, dal mio punto di vista l’agricoltura sintropica ha il grande merito di affrontare la questione agricola da una prospettiva che non è né antropocentrica né utilitaristica, e che considero cruciale per il futuro della nostra specie.

 

Qual è il ruolo bio-ecologico dell’uomo nell’ecosistema di cui fa parte? È possibile avvicinare l’agricoltura ai processi che, nel selvatico, vedrebbero un animale come Homo sapiens parte di un ingranaggio ecologico complesso, dinamico e ben rodato?

 

Che questo approccio venga considerato rivoluzionario nel panorama agricolo mondiale dà la misura di quanto ci siamo allontanati non solo dal nostro ruolo ecosistemico, ma anche dal rapporto più integrato che le popolazioni indigene del mondo e i nostri antenati avevano con il territorio.

 

Per questo ho scritto molto su questo tema. Qui sotto trovate le prime due parti, aggiornate, della mia Introduzione all’agricoltura sintropica; ne seguiranno altre.

 


 

L’incontro con Angelo Giordano

 

In occasione del corso che ho tenuto a Casa Centofoglie, in Puglia, ho conosciuto uno dei custodi di semi e varietà antiche più competenti e più conosciuti d’Italia: Angelo Giordano. Angelo mi ha raccontato, e mostrato sul suo telefono, una marea di varietà interessantissime provenienti da tutto il mondo: melanzane verdi thailandesi, dolcissime, molto produttive e morbide; pomodori determinati costoluti, dalla buccia sottile e dall’ottimo sapore; fagioli zebrati; angurie di cui si mangia soltanto la parte bianca, cremosa e dal gusto particolare; e molte altre ancora. Tra tutte mi ha colpito un fagiolo bianco e nero, bellissimo e dalla storia molto particolare.

 

 


Uno sguardo altrove: Jesse Frost e i camminamenti inerbiti

 

Questo mese vi propongo un personaggio che ha avuto una grande influenza sulla mia formazione da orticoltore: Jesse Frost di No-Till Growers. In particolare, vi suggerisco una serie di video in cui racconta la sua esperienza con i camminamenti inerbiti in un orto biointensivo no-till. L’approccio più comune in questo tipo di sistema prevede camminamenti pacciamati con cippato, oppure nudi e sarchiati. Jesse, spinto dalla necessità di ridurre l’erosione causata dalle abbondanti piogge invernali del Kentucky, ha deciso di sperimentare in maniera sistematica l’inerbimento dei camminamenti fra i letti dell’orto. Negli anni ha condiviso gioie e dolori di questa scelta.

 


 

Corsi ed eventi

 

Nei prossimi mesi sarò a una serie di eventi e corsi, sia al Sud sia al Nord Italia.

 

Il 12 dicembre parteciperò alla RizoFest del Collettivo Rizosfera, a Udine, dove parlerò per poco meno di un’ora di agroforestazione. Ci saranno altri interventi, tutti molto interessanti, di Antonio Bassan, Massimo Raimondi, Enrico Battistello, Isabella Paganini e Antonio Scioscia. L’evento è gratuito, ma bisogna iscriversi: iscrizioni e locandina.

 

Il 13 e 14 febbraio, sempre con il Collettivo Rizosfera, terrò un corso a Valli del Pasubio (VI) di nutriprotezione e gestione colturale delle principali orticole da reddito: programma e iscrizioni.

 

Il 15 e 16 gennaio tornerò a Inferno Food Forest per un corso che ho intitolato Il suolo, la pianta, l’agroforesta: nutrizione, microbioma e approcci sistemici alla rigenerazione dell’agroecosistema, in cui discuterò i principi della fertilità del suolo e della salute vegetale, mostrando vantaggi e svantaggi di diversi approcci: dai materiali (ammendanti, pacciamatura, trattamenti biostimolanti) ai processi (no-till, cover crops, agroforestazione). Programma · iscrizioni: contradainferno@gmail.com

 

Il 30 e 31 gennaio sarò a Messina per un corso pratico di agroforestazione rigenerativa, in cui impianteremo un frutteto agroforestale successionale in clima mediterraneo, in un luogo magico, con vista su tutto lo Stretto di Messina. Iscrizioni: farisusu.project@gmail.com


 

Ai margini

 

La rubrica di questa newsletter: una citazione, una persona, un libro — spesso fuori dal solco dell’agricoltura, perché è ai margini che emergono gli spunti più interessanti.

 

La citazione - Michael Pollan

 

“Cooking, I found, gives us the opportunity, so rare in modern life, to work directly in our own support, and in the support of the people we feed. If this is not”making a living,” I don’t know what is. In the calculus of economics, doing so may not always be the most efficient use of an amateur cook’s time, but in the calculus of human emotion, it is beautiful even so. For is there any practice less selfish, any labor less alienated, any time less wasted, than preparing something delicious and nourishing for people you love?”  

 

Cucinare, ho scoperto, ci offre un’opportunità rara nella vita moderna: lavorare direttamente al nostro sostentamento e a quello delle persone che nutriamo. Se questo non è “guadagnarsi da vivere”, non so che cosa lo sia. Nel calcolo dell’economia, non sempre è l’uso più efficiente del tempo di un cuoco dilettante; ma nel calcolo delle emozioni umane è comunque bellissimo. Esiste forse una pratica meno egoista, un lavoro meno alienato, un tempo meno sprecato, del preparare qualcosa di buono e nutriente per le persone che amiamo?

 

“Well, in a world where so few of us are obliged to cook at all anymore, to choose to do so is to lodge a protest against specialization—against the total rationalization of life. Against the infiltration of commercial interests into every last cranny of our lives. To cook for the pleasure of it, to devote a portion of our leisure to it, is to declare our independence from the corporations seeking to organize our every waking moment into yet another occasion for consumption. (Come to think of it, our nonwaking moments as well: Ambien, anyone?) It is to reject the debilitating notion that, at least while we’re at home, production is work best done by someone else, and the only legitimate form of leisure is consumption. This dependence marketers call”freedom.”” (Michael Pollan, Cooked)  

 

In un mondo in cui così pochi di noi sono ancora costretti a cucinare, scegliere di farlo significa protestare contro la specializzazione, contro la razionalizzazione totale della vita, contro l’infiltrazione degli interessi commerciali in ogni angolo della nostra esistenza. Cucinare per il piacere di farlo, dedicarvi una parte del proprio tempo libero, significa dichiarare la propria indipendenza dalle aziende che vorrebbero trasformare ogni nostro momento di veglia nell’ennesima occasione di consumo (e, a pensarci bene, anche quelli di sonno: qualcuno vuole un sonnifero?). Significa rifiutare l’idea debilitante che, almeno a casa, produrre sia un lavoro da lasciare a qualcun altro, e che l’unica forma legittima di tempo libero sia il consumo. Questa dipendenza, i pubblicitari la chiamano “libertà”.

 

La persona - Joy Larkcom

 

Joy Larkcom, autrice e orticoltrice inglese, è un’icona dell’orticoltura inglese, hobbistica e non solo. Negli anni Settanta partì con la famiglia per un lungo viaggio attraverso l’Europa per osservare come si coltivavano gli ortaggi fuori dal Regno Unito, e da lì e dai viaggi successivi in Asia riportò varietà, tecniche e un’idea di orto molto più varia di quella che l’Inghilterra conosceva. Fu la prima a promuovere Pak Choi, Cavolo Cinese, Senapi e Mizune varie in Europa. Fra i suoi libri consiglio The Salad Garden e Oriental Vegetables, due manuali molto leggibili e che mi furono di grande aiuto quando iniziai a produrre insalate miste da reddito in Inghilterra.


 

Il libro - Free to Learn

 

In Free to Learn (2013) Peter Gray, psicologo dello sviluppo al Boston College, sostiene una tesi semplice e radicale: i bambini sono biologicamente programmati per imparare da soli, attraverso il gioco libero e l’esplorazione, e la scuola come la conosciamo, fatta di programmi, verifiche e adulti che decidono cosa imparare e quando, tende a spegnere proprio quegli istinti. Gray mette insieme gli studi sulle società di cacciatori-raccoglitori, dove l’apprendimento avviene quasi interamente giocando e imitando, l’esperienza di scuole democratiche come la Sudbury Valley School e i dati sociologici sull’infanzia degli ultimi decenni. Tra tutte, è illuminante il legame strettissimo tra il gioco libero tra bambini di età diverse, senza interferenza alcuna da parte degli adulti, e il basso tasso di depressione e ansia giovanili. Nella società di oggi, in cui il gioco libero è rarissimo se non completamente assente, vediamo proprio un aumento di tante problematiche psicologiche negli adolescenti e non solo.

 

Il libro parla di bambini, ma riguarda tutti noi. Non ci vuole molto a rendersi conto che si impara davvero solo ciò che si è liberi di esplorare. Eppure in tanti ancora credono che se non forzassimo le persone (bambini e adulti) ad imparare ciò che qualcuno (chi?) considera importante, allora sarebbero tutti ignoranti e inutili (per cosa?) Libro consigliatissimo, perché fa riflettere e ispira alla libertà, alla bellezza,

 


E con questo vi saluto e vi do appuntamento al prossimo mese. Fatemi sapere, con un commento, un messaggio o una risposta a questa mail, cosa ne pensate di una qualsiasi delle cose che avete letto in questa newsletter, o di tutte. Ditemi anche come la leggete, se tutta d’un fiato o in più riprese, e se la preferireste più breve o più lunga.

 

A presto,

 

Dario

 

 
 
 

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