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Condividere o monetizzare

13 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Che cosa succede quando si chiede a un collega di mostrare il proprio lavoro, e perché credo che la conoscenza non dovrebbe avere un prezzo.

 

Per preparare il corso di orticoltura rigenerativa che ho tenuto qualche settimana fa a Rasoterra, l’azienda agricola di Yuri e Isabella in provincia di Fermo, avevo chiesto a diversi colleghi di inviarmi foto e video dei loro processi di lavoro: la preparazione dei letti, i trapianti, la sequenza delle operazioni che li precedono e li seguono, e soprattutto la gestione del suolo dopo la raccolta, fra lavorazioni, pacciamature, fertilizzazioni e irrigazioni. Questi materiali mi servivano come base per affrontare un tema che considero centrale: come generalizzare una tecnica senza copiarla. In qualsiasi contesto ecologico e agricolo, trattare una tecnica come una ricetta da replicare tale e quale in un luogo diverso è sempre un errore. Occorre invece comprenderne i principi, gli obiettivi, i passaggi concettuali e gli strumenti pratici con cui è stata messa in atto, per poi mutuarla: scomporla, riassemblarla anche in un ordine diverso, adattarla ai propri attrezzi, al proprio suolo e al proprio contesto, fino a ricavarne un metodo che funzioni e che si evolva nel tempo, insieme a chi lo pratica, all’azienda e, auspicabilmente, a un suolo che si rigenera.

 

Due rifiuti

 

La disponibilità, la rapidità e la generosità della grande maggioranza dei colleghi con cui ho il privilegio di lavorare continuano a sorprendermi, e ne sono profondamente grato. Talvolta, però, emerge anche qualcosa di meno piacevole. In questa occasione un collega ha rifiutato di inviarmi i materiali, sostenendo che rappresentano il suo lavoro, che lui stesso tiene corsi a pagamento e che, utilizzandoli in un’attività per cui vengo retribuito, non sarebbe stato giusto cedermeli gratuitamente. Gli ho risposto che comprendevo la sua posizione e gli ho chiesto di indicarmi quale valore attribuisse a quelle foto e a quei video, perché considero i suoi metodi validi e di ispirazione e avrei valutato la proposta. La risposta è stata che non me l’avrebbe detto, convinto che comunque non avrei pagato.

 

Un episodio simile mi era già capitato con un altro agricoltore che avevo invitato al podcast Pionieri. Il giorno successivo mi aveva scritto di averci riflettuto e di aver concluso che non gli conveniva illustrare per quattro ore i propri metodi, perché un giorno avrebbe potuto volerli vendere sotto forma di corso, di workshop o di webinar. Non faccio il nome di nessuno dei due: sono persone che stimo per il loro lavoro, anche se non ne condivido tutti i valori, e mi hanno chiesto di non citarle. La loro posizione è legittima e non la ritengo sbagliata. A ciascuno il suo, per dirla con Sciascia, o meglio con il proverbio latino da cui il titolo è tratto.

 

Il prezzo della conoscenza e quello del tempo

 

Si potrebbe obiettare che anch’io tengo corsi a pagamento, ed è vero. Quando devo spostarmi ed essere fisicamente presente con altre persone, di norma chiedo un compenso, perché si tratta di un lavoro. Al tempo stesso, nelle centinaia di ore di video disponibili gratuitamente sul mio canale condivido pressoché tutto, comprese situazioni critiche della nostra azienda e scelte di cui non vado particolarmente fiero, perché credo che possano essere utili ad altri.

 

Su questo punto è possibile un disaccordo profondo: io non credo che la conoscenza debba avere un prezzo. Non credo nel diritto d’autore, e ritengo che alla libertà di esprimersi debba corrispondere la libertà di ricevere, e che i contenuti di qualsiasi natura dovrebbero essere gratuiti o comunque a carico della comunità, non del singolo che può o non può permetterseli. Anche il lavoro di chi li produce dovrebbe essere sostenuto dalla comunità: non dallo Stato, nel quale non ripongo alcuna fiducia, ma da una comunità di dimensioni coerenti con il proprio modello politico. Ciò che chiedo di retribuire, quindi, non è la conoscenza, ma in alcuni casi il tempo. Le spese di un’azienda si pagano in denaro, e se mi allontano dal campo per svolgere un’altra attività i conti devono comunque tornare. Quando invece quel tempo è coperto da altri, come accadrà il mese prossimo in Friuli, dove terrò consulenze e corsi gratuiti per gli agricoltori nell’ambito di un progetto comunitario, la soluzione è ideale: nessuno ne sostiene il costo personalmente, e posso offrire un piccolo contributo ad aziende che altrimenti non avrebbero accesso a questo tipo di formazione.

 

Allo stesso modo, quando sono stati altri a chiedermi materiali, per presentazioni universitarie o per i corsi di colleghi che hanno mostrato intere mie presentazioni o parti di esse, ho sempre acconsentito, senza chiedere né modifiche né citazioni. In fondo, che cosa è davvero mio? Mi viene spesso fatto notare che ho piantato alberi su un terreno in affitto, e che fra dieci, quindici o vent’anni il proprietario potrebbe chiedermi di andarmene. È possibile, e se dovesse succedere, succederà. Ma prima o poi siamo tutti chiamati a lasciare ciò che abbiamo costruito, non soltanto un campo, e forse rinunciare a considerare le cose come proprie è un esercizio utile: significa riconoscere che ciò che ci permette di lavorare è un movimento collettivo, non soltanto umano ma dell’intero ecosistema che lavora su se stesso, come nel concetto sintropico di macroorganismo.

 

La grande maggioranza dei nuovi agricoltori, quelli di prima generazione che non provengono da famiglie contadine, è estremamente generosa e collaborativa. In alcuni casi, però, riemerge quella che definisco un’imprenditorialità all’antica: l’idea che una conoscenza, o un segreto, vada custodita e ceduta soltanto dietro compenso invece che condivisa con i colleghi. Mi piacerebbe vedere, anche nel nostro piccolo movimento, uno spirito di condivisione più aperto.

 

Chi invece ha condiviso

 

Poiché ho parlato, senza farne il nome, di chi ha preferito non condividere i propri materiali, è giusto citare chi invece li ha messi a disposizione con grande generosità, e da cui ho imparato per primo. Il loro lavoro, documentato sui social e su YouTube, merita di essere conosciuto.

 

In Italia: l’azienda agricola Le Rais di Matteo Gercelli, in Piemonte; la società agricola Costapiana di Enrico e Francesca, vicino a Schio; Rasoterra, che ha ospitato il corso; Collina Dorata di Eleonora Giuliodori e Owen, nelle Marche, con Eleonora che ha raccontato il proprio lavoro anche nel podcast; Iside di Matteo e Paola, con tutto il loro gruppo; l’azienda di Mattia Vignoli in Trentino, molto sperimentale e su piccola scala, in un territorio di grande interesse; Off the Svan di Jacob, vicino a Bolzano; Agroselva di Valerio e Michelle, anch’essa in Piemonte; La Cabottina di Daniele Meriffi, con numerosi esperimenti interessanti; e, forse la più rilevante su grande scala, l’azienda di Antonio Bassani, che ho intervistato per Pionieri. Fra le aziende estere ho presentato Rough Draft Farmstead di Jesse Frost, di No-Till Growers, e Beech Grove Farm di Eric e Anne Nordell, di cui ho già scritto: minima lavorazione e no-till interamente a trazione animale, in un’azienda profittevole da vent’anni. A queste si aggiungevano alcuni materiali di Jean-Martin Fortier, della mia azienda in Inghilterra e di OrtoForesta.

 

A tutti loro, e a chi ha dedicato quattro ore del proprio tempo al podcast, va la mia gratitudine. Mi interessa sapere come la pensate, sia su chi preferisce non condividere gratuitamente il proprio lavoro, sia su chi lo mette a disposizione senza chiedere nulla in cambio.

 


Questo post nasce da due dirette dal giro di consegne: la prima e la seconda.

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