Un'introduzione all'Agricoltura Sintropica - parte 2
Nella parte 1 di questa serie ho descritto le basi dell’agricoltura sintropica: la successione ecologica, l’impulso di crescita che segue la potatura e i principi che trasformano queste osservazioni in un modo di coltivare. Il punto di partenza è che la successione si legge lungo due assi: i sistemi (colonizzazione, accumulo, abbondanza) descrivono quanto capitale naturale ha accumulato un terreno, e all’interno di ciascun sistema i gruppi per ciclo di vita (placenta, secondarie, climax) descrivono che cosa ci cresce nel tempo.
Questo post passa dalla teoria al progetto: da dove si parte, come si dispongono filari e piante, quali specie usare per sostenere il sistema e come metterle insieme. Gli esempi vengono soprattutto da OrtoForesta e dai progetti che seguo come consulente, in climi temperati e mediterranei che chiedono di tradurre, più che di importare, un metodo nato ai tropici. La potatura, lo strumento con cui si orienta tutto il processo, avrà un post a sé: la parte 3.
1. Sistemi sintropici e food forest
Chi si è avvicinato all’agroforestazione in Europa o in Nord America avrà incontrato i forest garden, o food forest: policolture perenni modellate sul margine di un bosco, con alberi da frutto e da noci in alto e arbusti, erbacee e tappezzanti in basso, pensate per produrre cibo con poco lavoro una volta avviate. Martin Crawford in Inghilterra, e Dave Jacke ed Eric Toensmeier negli Stati Uniti, ne hanno scritto i testi di riferimento.
I sistemi sintropici ne condividono la stratificazione e l’idea di imitare una foresta, ma se ne distinguono per quattro aspetti. Sono molto più densi: un albero ogni metro e le altre piante a pochi centimetri l’una dall’altra, mentre una food forest distanzia gli alberi in base alla loro taglia da adulti. Sono gestiti attivamente: la potatura è lo strumento principale, e serve a mantenere giovani le piante da supporto, a far entrare luce e a mandare impulsi di crescita nel suolo. Puntano ad accelerare la successione, invece di mantenere il sistema in una fase produttiva e relativamente stabile, come fa la maggior parte delle food forest. E cercano di produrre qualcosa in ogni fase, dagli ortaggi dei primi mesi al legname di decenni dopo, con una fertilità che viene soprattutto dalla biomassa coltivata e tagliata sul posto.
La chiave di tutto questo è la concentrazione. Energia, risorse, acqua, biomassa e la nostra stessa attenzione non bastano mai per un campo intero, e così le concentriamo dove possono fare di più: in un filare, in un nido, in una zona. Quell’area si rigenera per prima, e poi si allarga. Gran parte delle scelte di progettazione che seguono sono modi di decidere dove concentrarsi, e quando.

2. Prima di tutto, leggere il terreno
Ogni progetto parte dalla stessa domanda: in quale sistema si trova il mio terreno? Un ex seminativo compattato, un oliveto abbandonato sotto i rovi e un vecchio frutteto con un suolo scuro e grumoso sono tre punti di partenza diversi, e ciascuno chiede un impianto diverso.
Il modo migliore per rispondere a questa domanda è leggere il paesaggio a partire dalle sue parti selvatiche: gli angoli abbandonati, i bordi trascurati, le fasce lungo recinzioni e strade. Il lavoro di Gérard Ducerf sulle piante bioindicatrici è un’ottima guida per capire che cosa ci dicono del suolo.
Poi viene il clima, ed è qui che il modello tropicale va tradotto di più. Il nostro terreno, vicino a Firenze, ha due volti: punte estive di 40-45°C con due mesi senza pioggia, e notti invernali fino a -9°C, con circa 700 mm di pioggia tra novembre e marzo. Né il modello tropicale né quello dei climi mediterranei miti e costieri gli si adattano così come sono. In molti climi temperati la situazione è simile, come discusso in due precedenti post: uno sulla biomassa e uno sulle piante da supporto.
L’ultima cosa da leggere siamo noi. Che cosa vogliamo dal sistema: ortaggi da vendere, frutta, legname, un sito dimostrativo, cibo per la famiglia? Quanti soldi, quanto tempo e quanta forza lavoro abbiamo? La maggior parte degli errori in agroforestazione non sono errori tecnici: sono errori di chiarezza sugli obiettivi. Un buon progetto sta all’intersezione di ciò che vogliamo, ciò che è possibile e ciò che ha senso fare.
3. Tre modi per iniziare

Tutto insieme
Il primo è quello reso celebre da Götsch: piantare in una volta sola, ad alta densità, tutti i gruppi per ciclo di vita del sistema in cui si trova il terreno. Su un terreno degradato e senza irrigazione può avere questo aspetto: un albero pioniere come la robinia o l’eucalipto ogni mezzo metro o ogni metro; talee di aromatiche resistenti alla siccità come cisto, lavanda e rosmarino nel mezzo; annuali pioniere come sorgo e miglio sotto; e i semi degli alberi da frutto (pesco, mandorlo, castagno) seminati direttamente, da innestare lungo il percorso. Niente ombreggianti, niente compost, niente irrigazione. È così che l’agricoltura sintropica funziona di solito nei climi mediterranei e tropicali.
La trappola, come ho spiegato nella parte 1, è leggere “tutto insieme” e cadere nella tentazione di piantare gli alberi da frutto di un sistema di abbondanza in un suolo da colonizzazione. È l’errore più comune anche nei frutteti convenzionali: meli e peri piantati direttamente in un ex pascolo, che dopo cinque o sette anni stentano ancora. In natura nessuno pianta un albero da frutto in mezzo a un prato.
Accumulo successionale
Il secondo è l’accumulo successionale di Scott Hall, che ho descritto in un post dedicato. Si parte da un’infestazione: una o due specie legnose a crescita rapida, ad altissima densità, il cui unico compito è creare una chioma chiusa, ombra fitta, uno strato di lettiera e biomassa. Solo dopo si piantano gli alberi longevi, e più tardi ancora si lascia che uccelli e una banca di semi seminata portino il resto. Richiede pazienza, ma ha bisogno di pochissimi input esterni.
Importare capitale naturale
Il terzo è quello che usa la maggior parte di noi, ed è il dibattito su cui avevo promesso di tornare nella parte 1. Gli orti no-till, le food forest e i sistemi ibridi come il nostro saltano una parte della successione importando il capitale naturale che il terreno ancora non ha: compost, letame e cippato; pacciamatura; irrigazione; reti ombreggianti e antinsetto, che sono microclimi importati; piantine invece della semina diretta; semi e piante da altrove; infrastrutture per gli animali. Il capitale naturale non si crea dal nulla, ma si può spostare da un sistema all’altro. A OrtoForesta usiamo questa via nei filari in mezzo all’orto, e l’accumulo successionale, con l’Amorpha fruticosa, in un filare marginale e sperimentale.
Chi pratica l’agricoltura sintropica in modo più purista sostiene che un sistema costruito sugli input tornerà alla colonizzazione non appena allentiamo la gestione intensiva, mentre uno costruito soltanto con piante e potature resta stabile nella fase che ha raggiunto. Seppure non abbiamo abbastanza dati per confermare questa ipotesi, è molto probabile che la risposta dipenda dal contesto. Su gran parte dei terreni degradati del Mediterraneo i camion di compost necessari per piantare qualche ettaro semplicemente non ci sono, e costruire tutto sul posto è l’unica strada realistica. Nei climi temperati, dove le risorse sono accessibili, importare un po’ di capitale all’inizio è spesso la scelta più efficiente. Quale dei due finisca per essere più resiliente resta una questione aperta.
4. Disposizione e focus
Filari o nidi
I sistemi sintropici non devono per forza essere piantati in filari. Un’opzione valida sono i nidi - cerchi di 1-1,5 m di diametro, a 3-5 m l’uno dall’altro, ciascuno con un albero da frutto circondato dalle sue specie placenta e secondarie. Si adattano a terreni piccoli o irregolari, e sono l’opzione migliore quando i materiali arrivano un po’ alla volta: qualche pianta dal vivaio, un rimorchio di compost, un lotto di talee. Ogni volta possiamo costruire un’unità completa che comincia a rigenerare il suo pezzo di terreno, concentrando in un punto tutto quello che abbiamo invece di disperderlo. Su tutto ciò che va lavorato in modo efficiente, però, i filari sono più facili da piantare, potare e raccogliere.
Orientamento
Nella maggior parte dei climi temperati, disporre gli alberi in filari orientati nord-sud è un’ottima strategia per garantire un’esposizione alla luce massima e uniforme: entrambi i lati del filare prendono sole, e l’ombra si sposta sull’interfila nel corso della giornata invece di restare ferma sulla stessa striscia. Un filare est-ovest getta invece un’ombra permanente sul lato nord, che in un terreno caldo e secco può tornare utile per le colture che amano l’ombra. In pendenza lascerei decidere prima alle curve di livello e al movimento dell’acqua, e solo dopo al sole - nonostante ai tropici e subtropici, in agricoltura sintropica, ci sia la tradizione di orientare tutto sempre e comunque lungo l’asse Nord-Sud, con la giustificazione che, piantando ad alta densità, le radici degli alberi ridurranno a prescindere l’erosione.
Distanza tra i filari
La distanza tra i filari è più importante di quanto possa sembrare. Un’interfila più larga dà più luce, spazio per le macchine e per colture esigenti in luce o per il pascolo, anche se oltre una certa larghezza non si guadagna più nulla. Troppo larga, e perdiamo in parte l’“effetto foresta”: meno riparo da vento e pioggia, un microclima meno stabile, niente ombra per le interfile. Se coltivate ortaggi, vi starete già chiedendo che cosa succede quando gli alberi crescono e fanno ombra ai bancali. È una domanda legittima, e la risposta, che riguarda soprattutto la potatura, è più giù in questo post.
Nella mia esperienza, nei climi temperati e alle latitudini o altitudini più alte, 5-15 m tra i filari funzionano bene per ortaggi o seminativi. Nei climi mediterranei più caldi e secchi, i filari possono scendere a 3-8 m, per sfruttare al massimo l’ombra e la protezione del suolo che gli alberi danno d’estate. Per confronto, i filari di pioppo con l’orzo in mezzo, un classico del Nord Italia e del sud della Francia, stanno intorno ai 15 m. Su terreni molto degradati, in un sistema di colonizzazione, può avere senso partire molto più fitti, con filari di specie da infestazione anche a 1-2 m l’uno dall’altro, per chiudere la chioma e coprire il suolo il prima possibile; man mano che il suolo si riprende, si eliminano alcuni filari, pochi alla volta, per fare spazio a ortaggi, pascolo o qualunque sia diventato il focus.
La larghezza dell’interfila e l’altezza a cui teniamo la chioma sono due facce della stessa decisione, su cui tornerò nella parte 3. E dove l’interfila produce pacciamatura per gli alberi, o gli alberi per i bancali, possiamo dimensionare le distanze in modo che il sistema sia autosufficiente in biomassa.
Focus
Tutto questo mostra l’importanza del focus di un sistema agroforestale: che cosa deve produrre, e quando. Idealmente il focus cambia nello spazio e nel tempo, per imitare la successione: ortaggi nel breve termine, piccoli frutti nel medio, alberi da frutto nel lungo, legname e noci nel lunghissimo. Qualche esempio:
ortaggi nelle interfile per i primi anni, frutta nei filari nel medio termine, e infine legname e noci con il pascolo degli animali nel lungo termine;
un sistema più ciclico, con sovesci, galline al pascolo, ortaggi e piccoli frutti a rotazione nelle interfile, mentre gli alberi più alti dei filari vengono raccolti per legname o biomassa e potati pesantemente a rotazione, per rispondere al bisogno di luce e di pacciamatura delle interfile;
un orto itinerante che ruota attraverso la foresta, ispirato ai sistemi indigeni di agricoltura itinerante e a Götsch. Un’area di foresta piantata, ormai vecchia, viene abbattuta, e la sua biomassa, l’impulso di crescita e tutto il capitale naturale che ha costruito vengono reinvestiti in un ciclo di ortaggi, con nuovi filari agroforestali piantati in mezzo. Col tempo quell’area diventa un frutteto con ortaggi nelle interfile, poi un bosco giovane che produce legname, noci e funghi, poi una foresta matura. Ogni tanti anni, la parte del sistema diventata foresta vecchia viene abbattuta per diventare il nuovo orto. È il ciclo delle aperture della parte 1, messo in atto di proposito. Nell’Europa densamente popolata è difficile da realizzare, ma ci permetterebbe di lavorare dentro il paesaggio in modo armonioso, rinnovandolo e ringiovanendolo con cicli di disturbo e accumulo.
La scelta degli alberi da frutto, portinnesto compreso, determina molte delle distanze. Un melo su un portinnesto nanizzante come l’M9 resta sui 2-3 m e si può piantare fitto; su franco diventa un albero di 6 m o più, e ha bisogno di molto più spazio. Il portinnesto stabilisce anche il posto dell’albero nella successione: un melo nano produce per circa 15-20 anni, uno vigoroso per decenni, quindi il primo si comporta come una specie secondaria e il secondo come una climax. Su terreni secchi e non irrigati, i portinnesti vigorosi sono la scelta più sicura.
5. Il sistema di supporto
Le piante da supporto sono le specie che inseriamo in un sistema agroforestale non per quello che possiamo raccoglierne, ma per quello che fanno per il sistema stesso: producono biomassa, ombreggiano il suolo, soffocano le infestanti, ospitano impollinatori e predatori, mettono in circolo i nutrienti, aprono il terreno compattato e stimolano la successione attraverso il disturbo della potatura. Sono l’infrastruttura invisibile su cui poggiano le specie produttive, e in un sistema ben progettato sono spesso molto più numerose di queste ultime.
Una buona pianta da supporto deve prosperare senza alcun input. Deve essere vigorosa e rustica, crescere in fretta e produrre tanta biomassa, sopportare potature drastiche e frequenti, ed essere facile da propagare. In più, ciascuna svolge un compito specifico: fissare l’azoto, estrarre minerali dagli strati profondi del suolo, ospitare funghi micorrizici, o fare fotosintesi in modo efficiente con il caldo e la siccità, come le piante C4 e CAM. Anche il sistema di supporto ha bisogno di una dimensione temporale, che rispecchia i gruppi per ciclo di vita della parte 1: cover crops e ortaggi nel breve termine (favino, bietola, cicoria), erbacee perenni nel medio (consolida, rabarbaro, rafano), arbusti e alberi nel lungo (eleagno, ginestra, nocciolo; pioppo, salice, paulownia, robinia).
Da quale strato cominciare
C’è una distinzione che, nella mia esperienza, fa da bussola, e chi è passato da un mio corso lo sa già, perché non mi stanco mai di ripeterlo. Nei climi mediterranei conviene concentrare il disegno sulle specie dello strato emergente: senza l’ombra dei piani alti, negli strati inferiori non sopravvive granché, e senza umidità la decomposizione si ferma, a volte per mesi. Nei climi temperati la chiave è invece lo strato basso, che tiene il suolo coperto durante l’inverno, soffoca le infestanti e produce molta biomassa senza rubare luce agli strati produttivi, una luce che d’inverno è già scarsa.
Climi come il nostro ci chiedono entrambe le cose insieme, ed è qui che la sfida si fa seria: una pianta da supporto deve reggere -9°C e +45°C, e molte hanno finestre di crescita sorprendentemente strette. Consolida, cicoria, bietola e rabarbaro danno il meglio in autunno, ripartono con grande lentezza in primavera e soffrono il caldo estivo, mentre il vetiver cresce davvero solo d’estate. Trovare specie capaci di lavorare lungo tutto l’arco dell’anno, o almeno di coprire i vuoti lasciati dalle altre, è diventato il cuore della mia ricerca.
Un esempio: il banano e l’eucalipto
Ai tropici, banano ed eucalipto sono i motori di biomassa dei sistemi sintropici. Trovare i loro analoghi nei nostri climi è una delle sfide più grandi nell’adattare il metodo, e aiuta separare i due ruoli che svolgono. Il banano ha il ruolo acquoso: tessuti teneri, a crescita rapida, che rilasciano velocemente acqua e nutrienti quando vengono tagliati e lasciati a terra. Rabarbaro, consolida, enula, rafano, carciofo, cardo e topinambur possono fare lo stesso nei nostri climi. L’eucalipto ha il ruolo legnoso: altezza, ombra, lignina e un apporto di carbonio più lento e duraturo. Da noi questo significa sambuco, gelso, salici, sanguinello, robinia, paulownia, pioppo, ontano napoletano, bagolaro e l’eucalipto stesso; nei siti mediterranei senza gelate, anche la tagasaste.
Il segreto sta nella gestione. Qualsiasi specie che risponda bene alla potatura drastica, se mantenuta in fase “giovanile” (di un anno, o tagliata un paio di volte all’anno), sviluppa tessuti grassi, acquosi e croccanti che svolgono il ruolo del banano, rilasciando velocemente acqua e nutrienti quando vengono tagliati e lasciati a terra. Queste piante continuano anche a nutrire la rete trofica del suolo attraverso l’impulso di crescita: ogni volta che vengono tagliate, lasciano morire una parte delle radici e rilasciano zuccheri nel suolo, risvegliando i microbi che rendono disponibili i nutrienti alle piante vicine (spiego il meccanismo in un post dedicato). Un salice o un sambuco mantenuti giovani possono fare il lavoro del banano.
Trovarle
Per cercarle seguo due strade in parallelo: metto alla prova specie che sulla carta sembrano adatte, e osservo con attenzione la vegetazione spontanea, dentro e intorno al campo. A OrtoForesta le infestanti che dominano il campo (gramigna, convolvolo e cardo campestre) sono tutt’altro che docili. A qualche centinaio di metri, però, crescevano bene il cinquefoglio comune e la melissa; li ho osservati per un paio d’anni e poi li ho introdotti stabilmente nel sistema. Le spontanee sono le migliori consulenti che abbiamo. Dopo tre anni di prove, il nostro strato basso si regge su cinquefoglio, melissa, erba cipollina, salvia, rafano, carciofo, topinambur e achillea, affiancati dal favino, dalla bietola e dalla cicoria in autunno e in primavera, e dal rabarbaro all’ombra degli alberi. Ho raccontato tutta la storia in un post sulle piante da supporto.

Una parola sulle specie invasive
Molte delle migliori piante da supporto sono invasive da qualche parte nel mondo. La robinia, originaria dell’est degli Stati Uniti, si è naturalizzata in tutta Europa; l’ailanto, che viene dalla Cina, si diffonde lungo strade e ferrovie in Europa, Nord America e Australia; la canna comune è un problema nei fiumi della California e di parte dell’Australia; l’eleagno ombrellato (Elaeagnus umbellata), un azotofissatore molto amato nell’agroforestazione europea, è considerato un’infestante nociva in buona parte dell’est degli Stati Uniti. Il vigore, la rusticità e la ricrescita rapida dopo il taglio che cerchiamo in una pianta da supporto sono le stesse caratteristiche che rendono una pianta invasiva.
Non credo che questo basti a escluderle. Nei paesaggi molto disturbati queste specie spesso ci sono già, e fanno, senza che nessuno glielo chieda, il lavoro di colonizzazione di cui i nostri sistemi hanno bisogno; la lista locale delle specie invasive, messa alla prova sul campo, è un buon punto di partenza per cercare specie da infestazione. Dentro un sistema gestito, potate drasticamente e prima della fioritura, raramente arrivano a fare seme, anche se i polloni radicali vanno tenuti d’occhio. Quello che conta è conoscere le regole del posto in cui si coltiva (nell’Unione Europea, ailanto e Acacia saligna non si possono piantare affatto) e tenere le specie più mobili, come la canna comune, lontane da fiumi e habitat naturali, dove nessuno le controllerebbe. Se vi interessa un approfondimento sul tema delle piante invasive - lasciate pure un commento qui sotto e ne parlerò in futuro.
6. Mettere insieme i pezzi: i consorzi
Un consorzio, quello che la permacultura chiama gilda, è una piccola comunità di specie progettata in modo che ogni pianta abbia più di una funzione, e ogni funzione sia svolta da più di una pianta. Quando ne progetto uno uso una griglia semplice: i quattro strati (emergente, alto, medio, basso) in verticale, tre orizzonti temporali in orizzontale (anni 1-3, 3-8, e da 10 in poi), e in ogni casella una specie da produzione e una di supporto.

Stratificazione
I testi di agricoltura sintropica danno a ogni strato una copertura di riferimento: 20% per l’emergente, 40% per l’alto, 60% per il medio e 80% per il basso. Il totale, 200%, non è una somma. Immaginate di fotografare il sistema dall’alto all’altezza di ciascuno strato: all’altezza dell’emergente le chiome devono coprire un quinto del terreno; nello strato basso, quattro quinti. Lo strato a cui appartiene una specie dipende dal suo bisogno di luce, non dalla sua altezza: un olivo si può allevare come arbusto medio, ma allora non fa olive, e nella prima estate di un sistema giovane una fila di mais può essere lo strato emergente.

Densità
I sistemi sintropici classici piantano un albero ogni metro, con le altre piante a pochi centimetri l’una dall’altra: una densità che a un occhio convenzionale sembra folle. Ma la natura non pianta un albero alla volta: butta giù semi a migliaia, e tutti i meccanismi descritti nella parte 1 si sono evoluti ad alta densità. La densità da sola, però, non basta. Una fila di pomodori a 50 cm è densa ma non ha diversità: le piante vicine dovrebbero essere di specie diverse, perché le loro radici nutrano comunità microbiche diverse. Un test pratico: un filare sintropico ben fatto non dovrebbe lasciar passare lo sguardo, se non subito dopo una potatura. A OrtoForesta abbiamo dovuto triplicare la densità di alberi e arbusti per arrivarci.
Disposizioni semplificate
Mescolare tutti gli strati in ogni filare insegna moltissimo su come interagiscono le specie, ma rende lente la potatura e la raccolta. Nei sistemi orientati alla produzione e all’efficienza aiutano due semplificazioni. La prima sono le coppie stratificate: un filare ospita uno strato alto e uno basso (un albero da frutto con un’aromatica sotto), il successivo uno emergente e uno medio (un palo vivo di eucalipto con del ribes sotto). La seconda va oltre e separa il supporto dalla produzione: da una parte filari di alberi da frutto con il loro strato basso, dall’altra filari dedicati alle specie da supporto, tagliate per nutrire le interfile e i filari da frutto. La densità produttiva cala, ma potatura, raccolta e macchine diventano molto più semplici, e il lavoro si può delegare: una persona può imparare a potare un tipo di filare e farlo lungo tutta la sua lunghezza.
7. Qualche esempio

A OrtoForesta i filari da frutto sono a 12,9 m l’uno dall’altro, con un filare di supporto più stretto a metà, quindi c’è un filare di alberi ogni 6,45 m, e in mezzo bancali no-till (bancali da 80 cm, camminamenti da 40 cm). È un ibrido delle disposizioni descritte sopra, e non un sistema strettamente sintropico: ne avevo condiviso il progetto originale, nel 2022, in un post (in inglese). I filari da frutto sono misti: ciascuno è largo 1,2 m, con un gelso, un kaki o un fico ogni 4 m, salici bianchi in mezzo ogni metro per ombra e biomassa, sambuco e more senza spine nello strato medio, salvia, lavanda e ginestra dei carbonai a coprire il suolo, e carciofi e topinambur lungo i bordi. Ogni pianta uscirà di scena in un momento diverso: le more producono nei primi anni, i kaki arrivano dopo. I filari di supporto, invece, sono semplici: salice e sambuco ogni 2 m, potati per nutrire i bancali su entrambi i lati.

8. Che cosa succede quando gli alberi prendono il sopravvento?
Una domanda che si fanno molti orticoltori, tradizionali e rigenerativi, è: ma che cosa succede quando gli alberi prendono il sopravvento? Lasciati a sé stessi lo fanno, e gli ortaggi finiscono all’ombra: è il freno di cui parlavo nella parte 1, quando le piante già insediate bloccano quelle che verrebbero dopo. La risposta sta nella rimozione dinamica o nella potatura strategica delle piante della fase precedente, per fare spazio e dare un impulso a quelle della fase successiva. Ogni anno, la potatura mantiene giovani le specie da supporto e fa entrare luce nelle interfile. Ogni qualche anno, si tolgono le piante che hanno fatto il loro lavoro, come le more quando i kaki entrano in produzione. Nell’arco di decenni, è il focus stesso a spostarsi, dagli ortaggi alla frutta e infine a legname, noci e pascolo. Oppure a spostarsi sono gli ortaggi, come nell’orto itinerante, verso una nuova area ricavata dalla parte più vecchia del sistema.
Ecco perché la potatura sta al centro di un sistema sintropico. Ogni taglio fa entrare luce negli strati bassi e lascia a terra biomassa, che diventa pacciamatura. Sotto terra, la pianta potata lascia morire una parte delle radici e rilascia zuccheri, nutrendo i microbi che rendono disponibili i nutrienti alle piante vicine. Queste crescono più in fretta, producono più biomassa e ci danno più da potare al giro successivo. Per questo progettiamo pensando alla potatura fin dall’inizio: specie da supporto che ricacciano con vigore dopo il taglio, filari che si raggiungono con troncarami e scala, un’altezza di potatura che corrisponda alla larghezza dell’interfila. Come e quando tagliare è l’argomento della parte 3.
9. Che cosa ancora non sappiamo
Quasi tutto quello che c’è in questo post viene dalla pratica più che dalla sperimentazione: dei 67 studi raccolti nella rassegna più recente, solo tre vengono dall’Europa, tutti su sistemi giovani (Jacobi et al. 2025). Nessuno ha ancora confrontato, nei nostri climi, le distanze tra i filari, le strategie di avvio o la stabilità dei sistemi partiti con e senza input, e le persone meglio piazzate per farlo sono gli agricoltori. Se tenete traccia di quello che succede nei vostri filari, fatemelo sapere!
Nel prossimo post entrerò nel dettaglio di come gestire la potatura nel corso dell’anno, nei sistemi temperati e mediterranei. Stay tuned!
Riferimenti
Crawford, M. (2010) — Creating a Forest Garden, Green Books
Ducerf, G. — L’encyclopédie des plantes bio-indicatrices alimentaires et médicinales, Éditions Promonature
Jacke, D. & Toensmeier, E. (2005) — Edible Forest Gardens, Chelsea Green
Jacobi, J. et al. (2025) — The Lancet Planetary Health
Regolamento (UE) n. 1143/2014 — recante disposizioni volte a prevenire e gestire l’introduzione e la diffusione delle specie esotiche invasive
Agenda Götsch — agendagotsch.com




Salve Dario, sarei molto felice e curiosa di leggere una tua riflessione sul tema delle piante invasive.
Ti ringrazio tanto per il lavoro che fai e per la tua generosa condivisione! Sei di grande aiuto nelle scelte che facciamo nella gestione del nostro terreno.
Un abbraccio dalla sardegna