Contadini, professionisti, hobbisti
Contro il purismo che separa chi coltiva per mestiere da chi coltiva per sé, e perché la rigenerazione di un’azienda si giudica dalla direzione che ha preso, non dallo stato in cui si trova oggi.
In agricoltura, come in molti altri settori, esiste la tendenza a marginalizzare, e talvolta a ridicolizzare, chi svolge questo lavoro senza ricavarne un reddito. Li si definisce amatori, o hobbisti, un’espressione che trovo infelice: si tratta di persone che praticano l’autoproduzione, che cercano l’autosufficienza, che coltivano il cibo per la propria famiglia. E vengono spesso considerate una categoria a parte, inferiore a chi coltiva di professione.
Chi può permettersi di rischiare
Proprio queste persone, invece, sono spesso quelle che possono permettersi di rischiare di più. Chi fa agricoltura di mestiere deve far quadrare i conti a fine mese, e quindi è costretto a scegliere le tecniche anche in base alla loro efficienza e redditività. Chi coltiva per sé può investire più tempo e più risorse, commettere molti più errori e, proprio per questo, sperimentare intuizioni che a un professionista sarebbero precluse. Molti di loro, inoltre, lavorano con un’attitudine pienamente professionale pur senza guadagnarci nulla, portando nel campo la precisione maturata in un altro mestiere, in un ufficio tecnico o in uno studio contabile, e hanno molto da insegnare a chi coltiva per vivere. Liberi dai vincoli dell’efficienza aziendale e dalla necessità di accumulare capitale da reinvestire, possono condurre esperimenti da cui tutti possiamo imparare qualcosa che altrimenti non impareremmo.
Si potrebbe obiettare che questo compito spetterebbe alla ricerca universitaria o allo Stato. Non sono d’accordo, e soprattutto non nutro alcuna speranza che accada: le dinamiche accademiche rispondono ad altri interessi, non necessariamente negativi, talvolta discutibili ma in gran parte legittimi, e comunque diversi da quelli che muovono la produzione di cibo per una comunità reale.
Esiste poi una terza categoria, quella di chi fa entrambe le cose, nella quale mi riconosco. Conduco molti esperimenti, ciò che si potrebbe chiamare ricerca e sviluppo, ma al tempo stesso vivo di agricoltura: la parte principale del nostro reddito proviene dagli ortaggi, una parte minore ma consistente dalla divulgazione e dalle consulenze, e Tessa, la mia compagna, lavora anche fuori dall’azienda per dieci ore alla settimana. Anche questa etichetta suona spesso come una diminuzione: chi affianca all’agricoltura un canale YouTube, delle consulenze, dei corsi o un altro impiego viene considerato da molti colleghi un agricoltore di secondo piano, che non attribuisce la giusta priorità alla sostenibilità economica e alla gestione aziendale.
Necessario, non primario
Non la penso così, perché fare agricoltura significa innanzitutto vivere all’interno dell’ecosistema di cui facciamo parte, integrarsi in esso, nutrirsene e al tempo stesso nutrirlo: è prima di tutto un modo di vivere. Se poi scegliamo di produrre cibo anche per altri, è naturale che le condizioni per farlo debbano essere sostenibili nel lungo periodo, ma questo non implica necessariamente un’azienda agricola: può trattarsi di una cooperativa, o di una comunità in cui non circola denaro. Certo, una cattiva gestione dei conti, delle spese, degli incassi e del lavoro in campo porta prima o poi al fallimento, e per questo occorre essere anche buoni imprenditori agricoli. Ma si tratta di un aspetto necessario, non primario.
Lo conferma il fatto che io, come forse il 70% di chi fa parte della rete Microfarm e di altre realtà di piccola agricoltura, svolgevo un altro lavoro prima di questo, e chi fa agricoltura per scelta raramente lo fa perché guadagni di più; spesso guadagna molto meno. Se la priorità fosse il ricavo, e per inseguirlo accettassimo compromessi tali — sul piano etico, nelle lavorazioni del suolo, nei trattamenti fitosanitari, nei modi di vendere — da non trovare più alcun piacere in questo mestiere, tanto varrebbe tornare a quello di prima. Pochi sono disposti a guadagnare meno di quanto potrebbero in un altro settore senza almeno la soddisfazione di uno stile di vita che amano e di un contributo in cui credono. Arrivare a fine mese è indispensabile per poter continuare, ma ciò che conta di più resta la ragione per cui si è cominciato.
Per questo considero chi vive interamente di agricoltura alla pari di chi la pratica nel tempo libero: ciò che distingue un dilettante da un professionista non è il reddito che se ne ricava, ma l’attitudine con cui la si pratica. C’è chi dà la priorità all’azienda ed è un imprenditore agricolo prima ancora che un contadino, e chi vive di agricoltura ma resta un contadino prima che un imprenditore; e alla stessa famiglia appartengono tutti coloro che praticano l’autoproduzione con serietà, cercando di ottenere cibo di qualità che nutra e rigeneri l’ecosistema, senza sprecare alcuna risorsa, compreso il proprio tempo. Non occorre farne un mestiere per essere contadini rigeneratori efficienti e virtuosi.
La rigenerazione è una direzione
Esiste però un rischio, che un amico mi ha fatto notare di recente: spingendo troppo sull’ottimizzazione, i principi rigenerativi rischiano di passare in secondo piano, fino a produrre un’agricoltura che nella sostanza resta intensiva, pur sotto una veste diversa. Credo che il rischio sia reale, anche se non riguarda molti dei colleghi del nostro movimento. Consiste nel dimenticare che non è possibile rivoluzionare l’agricoltura senza rivoluzionare anche la società, la cultura e il nostro modo di pensare. Si dirà che è naturale partire dalle cose più semplici per arrivare gradualmente a quelle più difficili; il problema sorge quando, nel fare le cose semplici, alimentiamo proprio ciò che rende difficili le altre. È così che nasce quella che chiamo agricoltura neoconvenzionale: un’agricoltura convenzionale migliorata, che ne conserva i pregi ma rischia di ereditarne anche alcuni difetti, e che nel complesso risulta solo marginalmente migliore del convenzionale e del biologico. Per me non è sufficiente, ma è una visione personale, e stimo i colleghi che lavorano in questo modo, perché offrono spunti preziosi su come far convivere l’approccio imprenditoriale con quello rigenerativo di piccola scala. Non condividere la stessa visione del mondo non impedisce di essere amici e colleghi.
È anche vero che una trasformazione profonda su tutti i fronti è estremamente difficile, e forse sarebbe irragionevole pretendere che gli agricoltori se ne facciano carico da soli, ciascuno nella propria azienda; come collettività e come associazioni, tuttavia, qualcosa possiamo fare. E i compromessi li facciamo tutti, io per primo: il telo da insilato, quest’anno usato pochissimo, i teli ombreggianti di tanto in tanto, il pellettato biologico da allevamenti non intensivi al posto del compost autoprodotto, un biostimolante acquistato perché non sono riuscito a produrlo in tempo, la serra.
Per me la rigeneratività di un’azienda non si misura da ciò che fa oggi, ma da quanto ciò che fa oggi la avvicina a qualcosa di autenticamente rigenerante domani. Se utilizzo la serra perché mi consente di generare il reddito necessario ad acquistare uno strumento che un giorno mi permetterà di farne a meno, allora la serra è uno strumento rigenerativo. Se invece la installo con l’idea che la useranno ancora i miei nipoti, o addirittura auspicando che nel mio clima tutto si coltivi sotto serra, allora diventa uno strumento forse sostenibile, ma non rigenerativo. Lo stesso vale per il pellettato, per il fosfato ferrico contro le lumache, per il motocoltivatore. Affermazioni come «se lavori il suolo non sei rigenerativo» o «se usi il fosfato ferrico non sei rigenerativo» colgono il dettaglio e perdono il quadro: la domanda corretta è come lo si utilizza, e all’interno di quale strategia di lungo periodo. È la strategia che va valutata. Se di anno in anno questi mezzi vengono usati sempre meno, e si intravede la possibilità concreta di emanciparsene a favore di soluzioni più virtuose, allora la direzione è quella giusta. Come ha riassunto lo stesso amico, la rigenerazione è l’obiettivo e la visione, non uno stato.
Fare un po’ di tutto
OrtoForesta ne è un esempio. È un’azienda che cerca di tenere in equilibrio tre attività — la formazione, la ricerca e la produzione di cibo per il territorio attraverso la CSA — in un esercizio che somiglia a una giocoleria. Qualcuno potrebbe considerarlo una scorciatoia, come se il reddito dei corsi ci liberasse dall’ansia di produrre. Non è così: con tre o quattromila metri quadrati di orto e cinquanta famiglie che hanno pagato in anticipo le loro cassette, la verdura va comunque garantita, e ciò che non produciamo dobbiamo acquistarlo da altri, dichiarandolo apertamente. Accade di rado: quest’anno, per esempio, abbiamo scelto di coltivare zucche soltanto per il nostro consumo, le abbiamo acquistate da diversi colleghi, biologici e in alcuni casi rigenerativi, e lo abbiamo comunicato alle famiglie della CSA. La qualità del nostro lavoro è verificabile da chiunque venga in azienda, o da chi riceve le nostre cassette.
Conciliare una produzione ben fatta con corsi che siano utili al professionista, a chi aspira a diventarlo e a chi pratica l’autoproduzione non è affatto banale. La progettazione dell’azienda deve contenere elementi di efficienza, di rigenerazione, di piccola scala e di una meccanizzazione contenuta: non abbiamo un trattore, ma due motocoltivatori, che in alcuni corsi mostriamo e in altri no. Alcuni filari agroforestali sono progettati con grande complessità e si adattano a chi fa autoproduzione e cerca spazi multifunzionali; altri sono pensati per l’efficienza, per chi vuole inserirli in un pascolo di galline o nell’orto a distanze maggiori, con o senza mezzi meccanici. Tutto ciò comporta delle difficoltà, così come ne comporta, e grandissime, vivere esclusivamente di agricoltura. Ma offre anche un vantaggio concreto, la diversificazione delle entrate: se una coltura va male e la verdura va acquistata altrove, un corso o una consulenza in più possono compensare. E ogni attività resta all’interno della stessa visione: non lavoro per una compagnia petrolifera per finanziare metà del mio stipendio, ma svolgo lavori coerenti con l’agricoltura che pratico, e che mi consentono di vivere come vivrei da contadino, o quasi.
Penso a un collega come Gioele Poferi, di Verocibo, che conduce un’azienda in modo efficiente, molto diverso da come intendo io il mestiere del contadino, ma con un’onestà, una trasparenza e una dedizione che apprezzo profondamente, e che al tempo stesso fa un lavoro di divulgazione su YouTube eccellente. Abbiamo bisogno anche di chi sa raccontare ciò che facciamo con le competenze di chi conosce le riprese, il montaggio e la narrazione.
Sono cresciuto in un mondo settorializzato, in cui si fa una cosa sola e la si fa benissimo, da professionisti specializzati, ma non si sa riparare un rubinetto né fare il tagliando all’auto, e per tutto il resto ci si rivolge, a pagamento, a un altro professionista. I miei nonni non sono cresciuti così, e credo che dovremmo ricostruire un mondo in cui ciascuno sa fare un po’ di tutto. In inglese si dice Jack of all trades, master of none: chi sa fare tutto non eccelle in niente. Lo si sente spesso citare in una versione più lunga, che aggiunge but oftentimes better than master of one, ma spesso è comunque meglio di chi sa fare bene una cosa sola. È in questa versione che mi riconosco.
Non intendo convincere nessuno, e sono certo che esistano molte altre visioni rigenerative, compatibili o meno con questa. Mi interessa conoscere la vostra, soprattutto se non siete d’accordo, o se ritenete che mi sia sfuggito un punto di vista più valido di quelli che ho esposto.

Questo post è la versione scritta di una diretta dal giro di consegne.




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