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Accumulo Successionale: una strategia sintropica

  • Immagine del redattore: Dario
    Dario
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Nell'arrivare in Europa, l'agricoltura sintropica ha assunto una forma molto specifica, codificata a partire da un corso che Ernst Götsch ha tenuto a San Paolo del Brasile una decina d'anni fa. In quel corso, parlando a un pubblico di non addetti ai lavori, Ernst ha mostrato come si potessero piantare tutte le fasi della successione ecologica già dall'inizio, in un unico filare che conteneva piante destinate a popolare i vari strati del sistema (emergente, alto, medio, e così via) nel breve, medio e lungo termine.


Recentemente ho osservato con attenzione l'eccellente lavoro di Scott Hall — soprattutto sulla sua piattaforma a pagamento Syntropia, ma anche nelle sue condivisioni su YouTube e sui social. Scott ha elaborato un approccio sintropico che mima più fedelmente i processi naturali, nei quali, com'è evidente, la successione ecologica non si manifesta "tutta insieme", ma per fasi — usando il suo termine, per accumulo successionale. Lui per primo tiene a precisare di non aver inventato nulla: è agricoltura sintropica, come la praticano Ernst e diversi agricoltori del nord del Brasile, e come si legge negli scritti dei primi anni di Götsch. Ha semplicemente preso un'applicazione fluida di quei principi e l'ha messa in una forma trasmissibile.


Provo a riassumerla qui, intrecciandola con il mio modo di leggere la successione e con qualche osservazione fatta nei climi mediterranei e temperati. Senza alcuna pretesa di essere esaustivo.


1. Un passo indietro: la successione ecologica

Conviene avere chiaro il processo su cui tutto si fonda. Ne ho scritto più a fondo in un post di introduzione all'agricoltura sintropica di qualche tempo fa, quindi qui mi limito a un piccolo richiamo. In natura un suolo degradato non resta nudo a lungo: viene colonizzato per fasi, e ogni fase prepara il terreno a quella successiva.


Colonizzazione. Per primi arrivano i microbi e le erbacee pioniere — effimere, annuali, poi perenni — capaci di vivere in condizioni estreme. Accumulano minerali dal profondo, fissano azoto, aggiungono sostanza organica. In gergo sintropico è la placenta del sistema.

Accumulo. Arbusti e alberi pionieri subentrano alle erbacee. Con la lignina dei loro tessuti favoriscono l'umificazione, creano ombra e radici profonde, rendono il suolo più ospitale. Quello che si accumula è capitale naturale: biodiversità, complessità, fertilità — in una parola, sintropia, l'opposto dell'entropia.

Abbondanza. È la fase matura: piante in tutti gli strati (basso, medio, alto, emergente) e con cicli di vita diversi, alberi da frutto, da noce e da legno, una fauna ricca. Il filo conduttore di tutte le fasi resta uno: la fertilità del suolo.

Tre cose, qui, vale la pena tenerle a mente, perché tornano in tutto il resto: la successione procede per fasi; ogni fase crea le condizioni per la successiva; nessuna fase salta il proprio turno.



2. I limiti del «pianta tutto insieme»

Mettere a dimora nello stesso momento specie di tutti gli stadi ha un costo. Se pianto una specie da fase di abbondanza su un suolo ancora in colonizzazione, la sto collocando fuori dalla sua nicchia successionale; per tenerla viva devo fornirle io tutto ciò che quella nicchia ancora non offre: compost, pacciamatura, fertilizzanti, acqua, concimi fogliari. Si finisce, in buona parte, per fare giardinaggio più che agricoltura sintropica — quello che Scott chiama, con un'immagine efficace, un "ospedale per piante". E come per le persone, stare in salute fuori dall'ospedale tende a costare meno che restarci dentro.


C'è poi un secondo aspetto, più sottile: spesso si mette tanta diversità e poca densità per ogni stadio. Questo è un errore che anche a OrtoForesta abbiamo corretto in corsa, triplicando la densità di alberi e arbusti con risultati estremamente positivi. Quando la densità è insufficiente, man mano che il sistema cresce si aprono dei vuoti, e nei vuoti tornano il suolo nudo e le infestanti. Una regola pratica per accorgersene: una fila sintropica fatta bene difficilmente si lascia attraversare con lo sguardo, se non subito dopo la potatura.


A questo, almeno in Mediterraneo, si aggiunge una questione di scala. Su suoli degradati, dove la macchia è rada e i boschi lontani, i camion di compost e pacciamatura che servono per piantare "tutto insieme" qualche ettaro sono molto difficili da reperire. Per molte situazioni, semplicemente, non è una strada percorribile.


L'accumulo successionale prova ad aggirare questi limiti per una via diversa: invece di forzare la successione, la asseconda. Quello che ne viene fuori è un approccio che permette di non usare input di nessun tipo, e di lavorare "per processi".



3. Le tre fasi dell'accumulo successionale

Scott scompone la successione in tre fasi gestibili — infestazione, stabilizzazione, successione — pensate per essere governate una alla volta. Si sovrappongono e sfumano l'una nell'altra: sono divisioni interpretative, uno strumento mentale più che una realtà netta. La natura non sa di trovarsi in questa o quella fase; siamo noi a interpretarla secondo uno schema per poterci lavorare. A grandi linee, le tre fasi ricalcano la colonizzazione, l'accumulo e l'abbondanza di cui sopra.


Fase 1 — Infestazione

Si parte con alta densità e bassa diversità: una o due infestanti legnose, rapide e a ciclo breve. Come si sceglie la specie? Un buon punto di partenza è la lista delle invasive della propria zona, da provare sul campo. Le caratteristiche di cui di solito ci si lamenta — prendono il sopravvento, soffocano il resto, crescono dove non cresce quasi nient'altro — sono spesso proprio quelle che qui ci servono. A me le piante migliori le hanno suggerite i bordi delle strade.


L'obiettivo non è la pianta in sé, ma quattro condizioni: chioma chiusa, ombra profonda, una lettiera al suolo e biomassa, il più possibile generate sul posto. È la fase più difficile, tecnicamente e psicologicamente, ed è anche quella che, secondo Scott, vale intorno al 70-80% del lavoro. Una volta raggiunte quelle condizioni, il sistema tende a reggersi da sé.


Quale specie, e in quale strato, dipende molto dal clima. Qui a OrtoForesta stiamo testando (con risultati sorprendenti) il lavoro dell'Amorpha fruticosa, che copre lo strato medio sotto l'emergente. Questo è un approccio che abbiamo usato su un filare sperimentale marginale, perché, come sapete, nei filari dell'orto abbiamo puntato a un approccio diverso, con più strati piantati tutti insieme.


È interessante notare che piante di strato emergente, come la Robinia, l'Eucalipto o la Paulownia, non sono adatte a un'infestazione, perché andando in alto lasciano passare troppa luce negli strati bassi. Su questo tema tornerò in un altro post, perché negli ultimi tempi ho fatto delle osservazioni che vorrei condividere.


Fase 2 — Stabilizzazione

È la successione secondaria iniziale. Su un ciclo di potatura dell'infestazione si piantano i veri alberi — a ciclo lungo, oltre i vent'anni — e la stratificazione comincia a contare di più, perché ci sono ormai altezze diverse per piante con esigenze di luce diverse. È qui che trovano posto le colture arboree (agrumi, olivi, meli) e, in clima temperato, le specie da supporto più robuste: paulownia, gelso, robinia, ontano sui suoli umidi. Il nome dice l'essenziale: una volta radicata, questa fase è stabile, e la si può lasciare a sé per un paio d'anni ritrovandola in salute.


Fase 3 — Successione

Questa, in un certo senso, in questo approccio, non si progetta. Si semina una banca di semi — idealmente ogni seme di ogni albero che si riesce a procurare, senza troppe esclusioni — e si lascia che sia. Sono gli uccelli, posandosi sugli alberi della stabilizzazione, a portare i semi delle specie più esigenti: è il loro posatoio a innescare la fase. Da qui in avanti il lavoro è quasi tutto gestione: si pota. Vale la regola che ripete spesso Scott — meglio doversi togliere una pianta di troppo che ritrovarsi a desiderare che ci fosse.


4. Il fattore tempo

Se c'è un'idea da portare a casa è forse questa, ed è cognitiva prima che agronomica. "Sotto l'acacia non cresce niente, quindi l'acacia è un problema": è facile scattare una fotografia e scambiarla per la realtà permanente. Ma basta aggiungere il tempo perché quell'istantanea diventi un processo. Una distesa di acacia non è un punto d'arrivo: è spesso un periodo di consolidamento, che sta costruendo le condizioni per la coorte successiva.


È qualcosa che si può verificare in prima persona, ed è il modo migliore per convincersene: basta aprire il suolo sotto l'infestazione, poi su un terreno nudo lì accanto, e confrontare colore, umidità, odore, presenza di filamenti fungini. La differenza, spesso, è evidente.


Resta un'obiezione legittima: "se non la poto io, resta così". In effetti, in natura quel disturbo arrivava comunque, e a portarlo erano i grandi erbivori. Nel bacino del Mediterraneo c'erano persino i leoni — il leone dell'Atlante — e quindi mandrie abbastanza numerose da sostenerli. Molti di quei grandi erbivori non ci sono più, e quel disturbo, oggi, in buona parte tocca a noi. Con un vantaggio: possiamo scegliere il momento, fare tagli puliti, evitare che la pianta vada a senescenza — cose che un grande erbivoro difficilmente fa.


5. Perché funziona: l'impulso della potatura

Una delle ragioni per cui questo approccio può generare fertilità sul posto, senza importarla, sta nella potatura. Come discusso in un post precedente, quando si taglia una pianta da supporto, questa lascia andare una parte delle radici e rilascia zuccheri nel terreno; i microbi della rizosfera si attivano e, attraverso la rete delle micorrize, l'effetto raggiunge anche le piante da produzione vicine, che ne traggono una spinta di crescita. È l'impulso su cui si basa l'agricoltura sintropica: densità di pioniere e potatura al momento giusto — meglio se a ridosso della fioritura — bastano spesso a creare fertilità senza doverla portare da fuori.


6. Come cominciare (e cosa aspettarsi)

I principi pratici, alla fine, sono pochi.

Secondo Scott, non ci sono ricette. Le piante spontanee restano fra i migliori consulenti che abbiamo, e nessuna lista è davvero definitiva. Conviene osservare, prima di ordinare semi dall'altra parte del mondo.

Una fase alla volta. Vale la pena concentrarsi sull'infestazione, che è lo scoglio vero; il resto viene dopo, quando si sa di più. Si cresce insieme al sistema: si parte semplici e si diventa via via più complessi, come il bosco che si sta creando.

Densità prima della diversità. La diversità arriva da sé, con il tempo; la densità, all'inizio, è quella che tocca a noi mettere.

Pazienza. Il limite più evidente dell'accumulo successionale è l'assenza di gratificazione immediata: i frutti arrivano più tardi. Ma, passati i primi anni, tende a recuperare il ritardo, e spesso a superare il «pianta tutto insieme» su diversi fronti.

Vale infine la pena ricordare un'osservazione di Scott che condivido totalmente: molte delle resistenze a questo approccio — le radici che competerebbero, l'ombra che sarebbe troppa — nascono più dal timore che dall'esperienza. Spesso conviene ribaltare la prospettiva: tante radici significano azoto, struttura, vita nel suolo; tanta ombra significa suolo fresco e biomassa da potare. Il problema, come dice lui, è quasi sempre lì: nella testa.


Grazie a Scott Hall per la generosità con cui condivide il suo lavoro, e a tutti i pionieri che si prendono la briga di provare cose che alla maggior parte degli agricoltori non va nemmeno di stare ad osservare. Sulle loro spalle continuiamo a vedere un po' più lontano.

 
 
 

1 commento


mmlevigne
5 giorni fa

Grazie grazie grazie per condividere con tanto impegno e competenza le sue osservazioni. Per me sono un grande conforto anche se non nego che quando leggo i suoi articoli alla fine sono presa da un po di smarrimento: ogni volta mi si aprono nuovi scenari e la complessità in cui mi sono inerpicata con l'agroforestazione sintropica mi dà un po alla testa. Poi però riparto fiduciosa e paziente, anche col conforto dei suoi articoli. Grazie ancora.

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