Biomassa da potature: un paradosso autunnale
Siamo ai primi di ottobre e le piogge sono tornate. Basta sollevare un angolo di pacciamatura per trovare il suolo ancora tiepido dell'estate, umido, e sotto le foglie un intreccio di miceli bianchi che un mese fa non c'era. È il momento dell'anno in cui il suolo mangia più in fretta — temperatura e umidità finalmente vanno d'accordo — e la materia organica che gli diamo viene smontata e mineralizzata in poche settimane.
Ed è qui che si apre una questione che ci gira in testa da qualche stagione. Se l'autunno è il momento in cui il suolo digerisce meglio, l'autunno dovrebbe essere il momento in cui pacciamare di più. Solo che nel nostro sistema non va così, e non per distrazione: la potatura pesante, quella di stimolo, la facciamo in primavera, dopo che le piante si sono riprese dalla potatura autunnale di stratificazione. Il risultato è che la biomassa abbondante arriva prima dell'estate, si secca in superficie e lavora soprattutto da scudo — ripara il suolo dal sole, trattiene l'umidità — più che da cibo per la microbiologia. E quando invece il suolo avrebbe fame e denti, in autunno, è il momento in cui abbiamo meno materiale da dargli, perché facciamo una potatura più leggera, per lasciar recuperare le piante prima delle gelate.

Tre climi, tre autunni diversi
La cosa si capisce meglio guardando da dove viene l'agricoltura sintropica. Nei tropici umidi, dove Götsch ha costruito il suo metodo, il problema semplicemente non esiste: tagli, lasci a terra, e quello che hai lasciato si decompone in fretta in qualunque mese dell'anno, perché temperatura e umidità non smettono mai di essere favorevoli. La velocità di decomposizione la decidono l'ambiente fisico, la qualità del materiale e gli organismi che ci lavorano, e nei tropici il primo di quei tre fattori è sempre al massimo. Il clima determina anche i processi chimici di decomposizione, quindi lo stesso materiale, in due climi diversi, non è proprio lo stesso input.
Nel Mediterraneo — penso alla Sicilia — l'autunno è una seconda primavera: dopo le prime piogge le piante ripartono, e chi pota in autunno si ritrova biomassa fresca in mano proprio quando il suolo è pronto a riceverla. Anche lì il paradosso quasi non si pone, ma per la ragione opposta a quella dei tropici: non è il suolo a lavorare sempre, è la pianta a offrire due finestre invece di una.
Nel clima temperato quella seconda finestra non c'è: le ore di luce calano, le temperature scendono, e un secondo picco di crescita non arriva mai. L'autunno è la stagione in cui il suolo è ancora pienamente attivo ma le piante hanno già smesso di trottare, e il paradosso sta tutto in questo sfasamento.

Perché però è un paradosso solo a metà
La prima ragione è che mineralizzare molto in autunno non è detto sia un bene. L'azoto che una pacciamatura fresca libera a ottobre arriva a poche settimane dalle piogge invernali, e in un suolo senza colture che lo intercettino può essere sprecato: la lisciviazione dei nitrati nei sistemi temperati è esattamente questo, un problema di sincronia fra quando il suolo dà e quando la pianta chiede. La mineralizzazione primaverile, al contrario, cade quando le colture stanno partendo e hanno radici pronte a raccoglierla. Quello che da fuori sembra un errore di tempismo, visto da dentro, è un tempismo migliore.
La seconda ragione riguarda il carbonio e non l'azoto, ed è forse la più interessante. Il carbonio che resta nel suolo per davvero (la sostanza organica stabile o humus) non viene quasi mai dalla pacciamatura, ma da quello che passa per le radici. Diversi studi hanno stimato per il carbonio di origine radicale un tempo di residenza circa due volte e mezzo più lungo e che gli input sotterranei formano carbonio stabile in modo più efficiente di quelli di superficie. Se è così, la potatura di stimolo non va giudicata per la pacciamatura che produce ma per lo stimolo radicale che innesca — un meccanismo misurato in agroforestazione già da Nygren e Ramírez, potando Erythrina nei sistemi ombreggiati tropicali. E potando in primavera quel turnover si innesca quando la pianta ha davanti tutta la stagione per rifare radici.
La terza ragione viene dalle prime due. Se il valore della biomassa verde non sta nella sua durata come pacciamatura, allora il modo in cui la mettiamo giù conta più del mese in cui la mettiamo giù. Il modello MEMS di Cotrufo e colleghi dice che i materiali più labili e azotati — la biomassa verde fresca, appunto — sono input di alta qualità, perché i microrganismi li usano con efficienza alta e una quota maggiore finisce in forme stabili associate ai minerali. Tradotto in pratica: in primavera può aiutare sminuzzare e aumentare il contatto col suolo, invece di lasciare rami interi ad asciugare.

Tre spunti
Il primo è lavorare sulle specie arbustive a ricaccio rapido — salice, sambuco, amorpha, ecc. — potandole sia a metà primavera che a inizio estate. Questo ci dà un secondo taglio senza andare ad impattare la necessità di ombra.
Il secondo è smettere di considerare la lettiera fogliare un sottoprodotto. Nel clima temperato la caduta delle foglie è la pacciamatura autunnale che il sistema si fa da solo, nel momento esatto in cui il suolo la può usare.
Il terzo, il meno elegante, è di utilizzare il compost (auto-prodotto o meno) in autunno, quando il suo colore è anche d'aiuto al mantenimento delle temperature nel suolo. Nella mia esperienza, una pacciamatura di compost in autunno dà dei risultati eccelsi per i trapianti di primavera.
Tradurre, non importare
Quello che resta da questo ragionamento non è una tecnica, è un modo di guardare. Come mi sentite spesso dire, riportare tecniche e metodi tali e quali da contesti diversi non è possibile. Nel caso dell'agricoltura sintropica, per esempio, le sue applicazioni pratiche vanno tradotte per il nostro clima e questo è un processo ancora in corso.
Fatemi sapere qual è la vostra esperienza con la potatura come fonte di pacciamatura in contesto agroforestale e orticolo.
Riferimenti
Swift, M.J., Heal, O.W. & Anderson, J.M. (1979) — Decomposition in Terrestrial Ecosystems
Aerts, R. (1997) — Oikos
Andrade et al. (2020)
Di, H.J. & Cameron, K.C. (2002) — Nutrient Cycling in Agroecosystems
Rasse, D.P., Rumpel, C. & Dignac, M.-F. (2005) — Plant and Soil
Sokol, N.W. & Bradford, M.A. (2019) — Nature Geoscience
Nygren, P. & Ramírez, C. (1995) — Forest Ecology and Management
Cotrufo, M.F. et al. (2013) — Global Change Biology
Cotrufo, M.F. et al. (2015) — Nature Geoscience




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