Newsletter di Ottobre

Amiche, amici,
Rieccoci, con qualche giorno di ritardo, su questa pagina. Settembre qui è passato all’insegna di qualche acquazzone e una susseguente lunga siccità. Le alte temperature diurne stanno lasciando il passo a un piacevole calduccio autunnale, con notti che qui toccano gli 8 gradi.
Dopo i costanti e aggressivi attacchi da parte dei colombacci, con il fresco è arrivata la tanto agognata quiete, e abbiamo rimosso la gran parte delle reti dai letti di orticole. La potatura dei filari agroforestali è stata ultimata, con quintali di biomassa rimessi in circolo nel nostro sistema e, sotto terra, l’impulso di essudati radicali che ne segue.
L’autunno è una stagione magica non soltanto per noi che camminiamo tra le foglie che cadono, nella luce calda e nostalgica che lo caratterizza, e che prendiamo il respiro dopo un’estate devastante. È anche la stagione in cui la rete microbica del suolo si prepara a digerire carbonio solido e liquido con gusto e voracità. Il suolo è ancora caldo, le piogge ne hanno riattivato i processi biochimici, gli ortaggi e gli erbai lo nutrono di ricchi essudati e la biomassa che mettiamo in superficie, compost compreso, fa sia da coperta che da scorta per l’inverno.
Questo Ottobre viaggerò tanto, tra corsi, consulenze ed esplorazioni varie; quindi spero di incontrare qualcuno di voi di persona in una di queste occasioni in giro per l’Italia. Trovate date e luoghi qui.
Intanto, come sempre, vi lascio con una serie di riflessioni e contenuti freschi freschi di stagione.

La seconda vita di Living Soil Garden
Qualche settimana fa, chiacchierando con un amico ed ex vicino di campo inglese, gli ho chiesto di aggiornarmi sulla situazione nel campo su cui si trovava Living Soil Garden, azienda che ho avviato e co-gestito dal 2019 al 2023.
Living Soil Garden (LSG) è stato un market garden rigenerativo a Exeter, Regno Unito. L’orto di 2500 mq era gestito con tecniche no-dig, con compost e cippato come uniche risorse, e senza l’uso di macchinari a motore. Per 4 anni, Living Soil Garden ha prodotto ortaggi per la comunità di Exeter, tramite una CSA e diversi mercati locali, oltre a rifornire ristoranti e negozi. Parallelamente, l’azienda era diventata un punto di riferimento per la formazione e la divulgazione dell’orticoltura rigenerativa e del metodo biointensivo nel Sud-Ovest dell’Inghilterra.
È stato toccante rivedere in foto il campo che mi ha visto imparare e sperimentare tanto. LSG è stato la mia prima vera avventura agricola, ma anche un connettore di vite, fucina di collaborazioni e rifugio alternativo per una variegata comunità di persone durante il COVID.
Adesso, sotto la guida di Vanessa, LSG è un orto di comunità che dà opportunità di volontariato e produce ortaggi per un negozio di beneficenza di Exeter. Metto qua sotto una serie di foto di LSG dal 2019 al 2023.


In tanti mi avete chiesto e mi chiedete come è possibile o come ci si sente a lasciare un posto in cui si è investito e speso tanto in termini economici, energetici, emotivi. È difficile metterlo in parole, quindi non ci proverò in questa newsletter. Ma se pensate che possa essere utile, potrei provarci in futuro. È capitato anche a voi di iniziare un progetto e poi doverlo lasciare andare?
Biomassa da potature: un paradosso autunnale
Siamo ai primi di ottobre e le piogge sono tornate. Basta sollevare un angolo di pacciamatura per trovare il suolo ancora tiepido dell’estate, umido, e sotto le foglie un intreccio di miceli bianchi che un mese fa non c’era. È il momento dell’anno in cui il suolo mangia più in fretta — temperatura e umidità finalmente vanno d’accordo — e la materia organica che gli diamo viene smontata e mineralizzata in poche settimane.
Ed è qui che si apre una questione che ci gira in testa da qualche stagione. Se l’autunno è il momento in cui il suolo digerisce meglio, l’autunno dovrebbe essere il momento in cui pacciamare di più. Solo che nel nostro sistema non va così, e non per distrazione: la potatura pesante, quella di stimolo, la facciamo in primavera, dopo che le piante si sono riprese dalla potatura autunnale di stratificazione. Il risultato è che la biomassa abbondante arriva prima dell’estate, si secca in superficie e lavora soprattutto da scudo — ripara il suolo dal sole, trattiene l’umidità — più che da cibo per i microrganismi. E quando invece il suolo avrebbe fame e denti, in autunno, è il momento in cui abbiamo meno materiale da dargli, perché facciamo una potatura più leggera, per lasciar recuperare le piante prima delle gelate.

Del delegare: AI, meccanizzazione e lavori di cura
Qualche tempo fa, mentre seminavo un vassoio di lattuga, un seme alla volta, sono tornato a pensare all’atto del delegare in agricoltura. Molti di noi credono che sia normale delegare le cose ripetitive e meccanizzabili alle macchine, quelle meno tecniche ma non meccanizzabili a dei collaboratori dipendenti, e tenere le attività che richiedono competenze capillari e specifiche per noi.
Spesso però, nelle piccole aziende agricole, ciò che deleghiamo è quello che ci piace di meno. Finché le macchine facevano solo lavori meccanici il patto reggeva e nessuno se n’è accorto: delegare la semina, il diserbo, l’aratura, il lavaggio dei piatti e dei panni è stata per molti una liberazione. Adesso che un’intelligenza artificiale può scrivere un articolo in trenta secondi, disegnare un logo in un minuto e risolvere problemi complessi in mezz’ora siamo entrati in crisi tutti quanti. Questa crisi è interessante proprio perché rivela delle dinamiche interiori ed esteriori di cui forse non eravamo consapevoli.

Eucalipti nell’orto: un approfondimento
Un tema che sembra sempre suscitare grande interesse, nonché generare preoccupazione, tra i visitatori del nostro orto è la presenza di eucalipti come pianta emergente di supporto. Gli eucalipti, come anche tanti altri alberi, si sono guadagnati la fama immeritata di killer delle altre piante. “Sotto l’eucalipto non cresce niente”, mi sento ripetere. Giudicate da voi.
I miei due video: Eucalipti nell’orto: hanno senso? · Eucalipti nell’orto?
E due da altri progetti, in inglese: Vegetables Loves Eucalyptus · 8 reasons you need eucalyptus in your food forest

Uno sguardo altrove: Byron Grows
Byron Grows è un divulgatore specializzato in agricoltura sintropica e agroforestazione. Laureato in scienze ambientali negli Stati Uniti nel 2018, si è poi trasferito in Nuova Zelanda, dove documenta il proprio lavoro su YouTube e propone percorsi formativi, fra cui la Food Forest Fellowship. I suoi contenuti hanno un taglio dichiaratamente pratico e riguardano le dinamiche ecosistemiche, le scelte di impianto e consociazione e la gestione rigenerativa, con l’intento di mettere chi lo segue in condizione di progettare e gestire sistemi alimentari resilienti. Sul suo canale trovate sia video di formazione sull’agroforestazione sintropica, sia lunghi tour di alcuni dei progetti agroforestali più innovativi di tutto il mondo, tra i quali, in Italia, Amadeco e Iside.

Ai margini
La rubrica di questa newsletter: una citazione, una persona, un libro — spesso fuori dal solco dell’agricoltura, perché è ai margini che emergono gli spunti più interessanti.
La citazione - Theodore Roszak
“There is one way forward: the creation of flesh and blood examples of low-consumption, high quality alternatives to the mainstream pattern of life. This we can see happening already on the counter-cultural fringes. And nothing – no amount of argument or research – will take the place of such living proof. What people must see is that ecologically sane, socially responsible living is good living; that simplicity, thrift and reciprocity make for an existence that is free.” (Theodore Roszak)
C’è una sola strada: creare esempi in carne e ossa di alternative a basso consumo e ad alta qualità rispetto al modello di vita dominante. Lo vediamo già accadere ai margini della controcultura. E niente — nessuna quantità di argomentazioni o di ricerche — potrà sostituire prove viventi come queste. Quello che le persone devono vedere è che vivere in modo ecologicamente sano e socialmente responsabile significa vivere bene; che semplicità, parsimonia e reciprocità rendono l’esistenza libera.
La persona - James Lovelock
James Lovelock è stato uno scienziato fuori da ogni categoria: chimico, inventore, per gran parte della vita ricercatore indipendente nel laboratorio che si era costruito in casa. Negli anni Sessanta, alla NASA, progettava strumenti per cercare la vita su Marte, e propose di studiarne l’atmosfera invece del suolo; secondo lui un pianeta vivo mantiene nell’aria gas che chimicamente non dovrebbero coesistere, come ossigeno e metano, mentre un pianeta senza vita scivola verso l’equilibrio. Da lì, con la microbiologa Lynn Margulis, arrivò all’ipotesi Gaia: la vita non si limita ad adattarsi alle condizioni del pianeta, ma partecipa a regolarle. E quando gli obiettarono che un pianeta non può regolarsi senza un’intenzione, Lovelock rispose con un modello, Daisyworld, in cui margherite bianche e nere stabilizzano la temperatura di un pianeta immaginario solo crescendo dove stanno meglio.
Lovelock ha contribuito in maniera determinante ad allenare in me uno sguardo sistemico verso il mondo naturale, che ho poi ritrovato nel lavoro di Ernst Götsch.
Il libro da cui consiglio di partire è Gaia: A New Look at Life on Earth (1979). Nel suo ultimo lavoro, Novacene (2019), immagina che le intelligenze artificiali del futuro, per sopravvivere, avranno bisogno quanto noi di un pianeta abitabile, e diventeranno quindi alleate di Gaia nel mantenerlo tale.

Il libro - Memories, Dreams, Reflections
Memories, Dreams, Reflections (in italiano Ricordi, sogni, riflessioni) è l’autobiografia di Carl Gustav Jung, uscita nel 1962, l’anno dopo la sua morte. Un’autobiografia anomala: in parte la scrisse lui, in parte la raccolse la sua collaboratrice Aniela Jaffé dalle conversazioni degli ultimi anni, e racconta quasi soltanto la vita interiore — sogni, visioni, la lunga crisi seguita alla rottura con Freud — lasciando i fatti esterni sullo sfondo.
Non è il capitolo più affascinante, ma per chi lavora in campo il più rilevante è quello sulla torre di Bollingen, la casa di pietra che Jung si costruì a partire dal 1923 sul lago di Zurigo, senza elettricità né acqua corrente. Lì spaccava la legna, pompava l’acqua e cucinava da sé, convinto che i gesti semplici rendano semplici, e che essere semplici sia la cosa più difficile.

E per questo mese è tutto - come dicevano alla radio qualche tempo fa. Vi saluto dal treno che dalla Sicilia mi porterà a Firenze nella notte, di ritorno da un ricchissimo corso a Inferno Food Forest.
Come sempre, fatemi sapere cosa ne pensate delle tante cose scritte sopra. Vi auguro un Ottobre fresco e produttivo.
A presto,
Dario




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