top of page

Piante da Supporto per i climi temperati continentali

  • Immagine del redattore: Dario
    Dario
  • 21 mag
  • Tempo di lettura: 6 min

È metà maggio, in quei pochi giorni in cui — finalmente — le notti smettono di scendere sotto i dieci gradi e l’orto sembra tirare un lungo sospiro di sollievo. La primavera, da queste parti, arriva sempre tardi e un po’ di malavoglia, e quando arriva ha già un piede nell’estate. È il momento giusto per fare il punto, per mettere in fila quello che il campo mi ha insegnato — e oggi vorrei farlo su un tema che mi accompagna fin dal primo giorno: le piante da supporto.

Per chi si avvicina per la prima volta al termine: le piante da supporto sono le specie che inseriamo in un sistema agroforestale non per quello che possiamo raccoglierne, ma per quello che fanno per il sistema stesso — producono biomassa, ombreggiano il suolo, soffocano le infestanti, ospitano impollinatori e predatori, mettono in circolo i nutrienti, aprono il terreno compattato, stimolano la successione ecologica tramite il rilascio di essudati radicali. Sono l'infrastruttura invisibile su cui poggiano le specie produttive, e in un sistema ben progettato sono spesso molto più numerose di queste ultime.

Quelle che seguono sono osservazioni raccolte in tre anni di prove (e di errori), senza pretesa di completezza né di autorevolezza. Sono spunti più che conclusioni, e mi piacerebbe che fossero forieri di condivisione: su questo tema ho ancora molto da imparare.


Considerazioni sul clima

Quando sono arrivato avevo gli occhi puntati sull’estate. Sapevo che sarebbe stata calda — mi aspettavo i canonici 35°C e passa — e invece, ad agosto, mi sono ritrovato con punte di 40-45°C. Il primo anno non è caduta una goccia di pioggia per due mesi di fila.

Col tempo, però, ho capito che il vero nodo del nostro clima — tipico delle zone mediterranee lontane dal mare — non è l’estate, ma l’inverno. Qui il termometro arriva a toccare i -9°C: solo di notte, solo per pochi giorni l’anno, ma li tocca. Le primavere sono fredde e lunghe, e le notti restano stabilmente sopra i 10°C soltanto da metà maggio in poi. E, soprattutto, d’inverno piove tantissimo: circa 700 mm tra novembre e marzo, a cui si aggiungono primavere molto piovose.


È un clima a due volti, ed è proprio per questo che non si lascia copiare facilmente. Gran parte della ricerca sull’agroforestazione sintropica nasce ai tropici, dove la temperatura è sempre mite, le precipitazioni seguono un ritmo polarizzato ma prevedibile, non gela mai e non si arriva mai a questi livelli di calore e siccità. I climi mediterranei “puri” — quelli costieri e marittimi, l’immagine che di solito ci viene in mente — condividono con noi le estati, ma hanno inverni ben più dolci, con gelate rare o assenti e spesso meno pioggia. Prendere un sistema pensato altrove e calarlo qui tale e quale, semplicemente, non funziona.


Da quale strato cominciare

Chi è passato da un mio corso lo sa già, perché non mi stanco mai di ripeterlo: c’è una distinzione che, nella mia esperienza, fa da bussola quando si progettano sistemi di piante da supporto.


Nei climi mediterranei conviene concentrare il disegno sulle specie dello strato emergente. Senza l’ombra dei piani alti, negli strati inferiori non sopravvive granché; e viene a mancare anche l’umidità, senza la quale i processi di decomposizione e umificazione si fermano, a volte per lunghissimi periodi.

Nei climi più freddi, compresi quelli temperati, la chiave è invece lo strato basso. È questo strato che soffoca le infestanti, che tiene il suolo coperto — riducendo erosione e compattazione durante l’inverno — che lo decompatta e lo protegge dal sole d’estate. E lo fa producendo molta biomassa senza rubare luce agli strati produttivi — una luce che, d’inverno, è già scarsa.


Il nostro clima, però, ci chiede entrambe le cose insieme. Ed è qui che la sfida si fa seria: una buona pianta da supporto deve prosperare senza alcun input — è esattamente ciò che ci aspettiamo da lei — ma da noi deve farlo a -9°C e a +45°C, in due mesi di siccità e sotto le piogge dell’inverno, attraversando primavere fredde e autunni caldi. È una sfida diversa, e probabilmente più dura, di quella tropicale o di quella mediterranea.

In questo articolo mi concentrerò sullo strato basso, quello che — anno dopo anno — ho imparato a conoscere meglio. Allo strato emergente, che merita un discorso a parte, dedicherò un’altra occasione.


Due finestre molto strette

La prima cosa che il campo mi ha insegnato è che, in questo clima, molte piante hanno a disposizione finestre di crescita sorprendentemente brevi.

Specie come la consolida maggiore (Symphytum officinale), il cavolo perenne (Brassica oleracea, gruppo ramosa), la cicoria (Cichorium intybus), la bietola (Beta vulgaris var. cicla) e il rabarbaro (Rheum × hybridum) danno il meglio in autunno, ma ripartono con grande lentezza in primavera e soffrono parecchio il caldo estivo. Hanno quindi due sole finestre per crescere e accumulare biomassa — una in autunno, una in primavera — ed entrambe strette.


All’estremo opposto, piante come l’aloe (Aloe vera), lo spinacio della Nuova Zelanda (Tetragonia tetragonioides) e la citronella (Cymbopogon citratus) non reggerebbero affatto i nostri inverni freddi e umidi. Il vetiver (Chrysopogon zizanioides, un tempo Vetiveria zizanioides) è un caso un po’ diverso — può sopravvivere al freddo da dormiente — ma la sua stagione utile è così confinata all’estate che, nei fatti, finisce per appartenere allo stesso gruppo.


Trovare specie capaci di lavorare lungo tutto l’arco dell’anno — o almeno di coprire i vuoti lasciati dalle altre — è diventato così il cuore della mia ricerca.


Due strade

Per cercarle ho seguito due strade in parallelo. Da un lato ho messo alla prova decine di specie che, sulla carta, sembravano adatte alle nostre condizioni. Dall’altro ho cominciato a osservare con attenzione la vegetazione spontanea, dentro e intorno al campo.

Leggere le spontanee

Quando comincio a seguire un nuovo progetto da consulente, la prima cosa che faccio è leggere il paesaggio a partire dalle sue parti selvatiche — gli angoli abbandonati, i bordi trascurati, le fasce marginali dove nessuno ha mai messo mano. Anche quando sono arrivato qui, ho cominciato da lì.


Le infestanti che dominano il nostro campo sono, per la maggior parte, piante che non userei mai come specie da supporto, perché tutt’altro che docili: gramigna (Elymus repens), convolvolo (Convolvulus arvensis) e cardo campestre (Cirsium arvense). Spostandomi di qualche centinaio di metri, però, ne ho notate un paio che crescevano bene e che avevano del potenziale. Alcune sono poi arrivate da sé fin dentro il campo: le ho osservate per un paio d’anni e, al terzo, le ho introdotte stabilmente nel sistema. Sono il cinquefoglio comune (Potentilla reptans) e la melissa (Melissa officinalis).


Sempre osservando, già il primo anno avevo notato quanto bene crescessero le alliacee (Allium spp.) nei nostri bancali di ortaggi. Da lì è nata l’idea di provare l’erba cipollina (Allium schoenoprasum) come pianta da supporto dello strato basso.


C’è una lezione, in tutto questo, che vale più di qualunque elenco di specie: le spontanee sono le migliori consulenti che abbiamo. Ci dicono, gratis e senza mai sbagliare, che cosa quel suolo e quel clima sono davvero disposti a far crescere.


Introdurre e mettere alla prova nuove specie

Sul fronte delle specie introdotte per prova, la selezione ha richiesto qualche anno, ma ha dato risultati interessanti.


Le erbe aromatiche — protagoniste assolute dei sistemi mediterranei — hanno dato risultati altalenanti. Solo la salvia (Salvia officinalis) si è comportata davvero bene. La lavanda (Lavandula angustifolia) ha faticato; il timo (Thymus vulgaris) e il rosmarino (Salvia rosmarinus, un tempo Rosmarinus officinalis) crescono in modo discreto, ma producono così poca biomassa che ho preferito non introdurli su larga scala.


Tra i molti fallimenti, alcune piante si sono invece rivelate preziose: il rafano (Armoracia rusticana), straordinario da inizio a fine autunno; il carciofo (Cynara cardunculus var. scolymus); il topinambur (Helianthus tuberosus); e l’achillea (Achillea millefolium).


Cosa funziona nello strato basso

Messe insieme — cinquefoglio, melissa, erba cipollina, salvia, rafano, carciofo, topinambur e achillea — e affiancate dal favino (Vicia faba var. minor), dalla bietola e dalla cicoria in autunno e in primavera, e dal rabarbaro all’ombra degli alberi, queste specie sono diventate le instancabili lavoratrici dello strato basso del nostro sistema.


Non è un elenco definitivo — in agricoltura non lo è mai nessuno — ma è un punto di partenza solido, frutto di osservazione paziente più che di teoria.


E voi, nel vostro contesto, cosa ha funzionato bene? Mi piacerebbe leggere le vostre esperienze: è mettendo insieme tanti campi diversi che, pian piano, impariamo a leggere il nostro.


 
 
 

2 commenti


Davide Ghizzoni
Davide Ghizzoni
21 mag
In orto noi abbiamo deciso di gestire i filari forestali valorizzandoli anche come produzione. Perciò quale scelta migliore delle fragole?
In orto noi abbiamo deciso di gestire i filari forestali valorizzandoli anche come produzione. Perciò quale scelta migliore delle fragole?

In frutteto invece abbiamo lavorato molto su uno strato basso coprente: melissa, salvia, issopo, achillea, e dove i sesti sono più ampi ginestre, viburni, sambuco, ecc.


Mi piace
Dario
Dario
21 mag
Risposta a

Le fragole sono, però, una pianta da produzione, che ha bisogno essa stessa di supporto :) Bellissima foto e bel sistema!

Modificato
Mi piace

Blog

bottom of page