top of page

La solitudine no che non è un affare

  • Immagine del redattore: Dario
    Dario
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

In questi giorni qui a OrtoForesta sono spesso da solo in campo, perché quest’anno abbiamo deciso di rimanere senza tirocinanti per 3 settimane, e la maggior parte del tempo devo dedicarlo alla raccolta. Non so voi, ma più gli anni passano e meno amo raccogliere ortaggi, soprattutto da solo. Ho sempre visto i giorni di raccolta come un concerto collettivo di mani, schiene, braccia, cassette, coltelli, forbici, elastici, messaggi urlati da un capo all’altro del campo o sussurrati alla radio, lavagne piene di verdure e di numeri, aspettative, delusioni, sorprese, risate.


Eppure devo confessare una cosa che molti di voi capiranno: preparare da solo le cassette della CSA, oltre che strano, è anche comodo. Nessuno da coordinare, nessuna informazione da passare, nessun tempo perso: pianificazione ed esecuzione. Anche se preferisco di gran lunga stare in campo con altre 2-3 persone, lavorare da solo di tanto in tanto mi dà una discreta soddisfazione.


Proprio su questo vorrei fermarmi a riflettere un attimo, perché quella soddisfazione nasce da un istinto molto potente: l’istinto a semplificare. È lo stesso istinto che, nei decenni, ha spinto a sostituire i cavalli e le braccia con i trattori, a togliere gli alberi dai campi, a ridurre tutto a monocolture, a delegare la fertilità del suolo e la salute delle piante a molecole prodotte in laboratorio. Si comincia con il desiderio, del tutto innocente, di rendere la gestione di un’azienda agricola più “razionale”(*) e più lineare; e si finisce, passo dopo passo, per affidarla a un algoritmo — un sistema che misura in tempo reale la fertilità del suolo, l’umidità, i minerali disponibili, e usa quei dati per coordinare droni e robot che lavorano il campo senza più bisogno di un essere umano.


So che può suonare come fantascienza, ma è uno scenario molto più vicino di quanto pensiamo — e, con la recente deregolamentazione delle TEA, un pezzo di strada in quella direzione è appena stato fatto. Su questo tema mi viene rivolta spesso un’obiezione, e vorrei affrontarla con onestà.


L’obiezione è più o meno questa: e se quell’algoritmo centralizzato riuscisse davvero a costruire agroecosistemi complessi, fertili, rigogliosi, capaci di produrre ortaggi ricchi e sani a un prezzo accessibile a tutti — che male ci sarebbe?


La risposta onesta è: nessuno. Anzi, sarebbe probabilmente meglio di come stiamo messi oggi. È uno scenario come un altro, difficile da giudicare in modo oggettivo senza tirare in ballo valori personali. Certo, se guardiamo il presente con occhio critico, chi oggi spinge per centralizzare la produzione agricola e togliere sovranità alle comunità locali non sembra mosso dalla salute delle persone o dalla resilienza del paesaggio. Ma non si sa mai.


In ogni caso, non credo che la domanda giusta sia “un futuro a produzione alimentare centralizzata è desiderabile o no?”. Le domande che mi sembrano davvero importanti sono altre due.


La prima: quanto è in sintonia questa dinamica con i processi ecologici? Perché se non lo è, prima o poi dovrà imporsi su di essi — e ogni imposizione, in natura, ha un costo, più o meno violento.


La seconda è più personale, e riguarda me che scrivo e te che leggi: è davvero questo che vogliamo? Vogliamo che il nostro lavoro in campo — giorno dopo giorno, ora dopo ora, carota dopo carota — contribuisca a costruire un mondo in cui fertilità, efficienza e stabilità ecologica vengono ottimizzate dall’alto, da un sistema centrale, per quanto elegante e ben congegnato?


Quando pongo domande così, mi si dà del catastrofista: “sono scenari apocalittici e improbabili”. Si rivendica, in fondo, il diritto di navigare a vista — di occuparsi dell’oggi, al massimo del domani, e di valutare ogni questione come se fosse isolata dalle altre. Cosa pensi delle TEA? Il piretro sì o no? E il neem? Il rame va bene solo come gluconato? La pacciamatura di plastica solo se dura, ma quella in Mater-Bi anche usa e getta? L’intelligenza artificiale consuma troppa acqua? Una questione alla volta, insomma.


Il punto è proprio questo: se prendiamo ogni decisione senza una direzione, senza un’idea di che agricoltura e che società vogliamo — senza una visione — rischiamo di ritrovarci esattamente dove non volevamo andare, e magari di averci pure contribuito. Il che, sia chiaro, non è per forza un male: a ciascuno il suo. Ma vale la pena esserne consapevoli.


Il mio invito — che rivolgo a me stesso prima che a chiunque altro — è semplicemente di non fare il finto tonto. Stiamo andando in quella direzione, e molti dei compromessi che accetto ogni giorno la alimentano. Posso continuare a farli, quei compromessi; quello che non voglio fare è rigirare la frittata e raccontarli come se fossero inevitabili, neutrali, addirittura virtuosi. Sono proprio queste narrazioni a preoccuparmi di più: trasformano giustificazioni discutibili in medaglie al valore.


Per essere concreti: in campo uso tubi di irrigazione in plastica, ho una serra, due motocoltivatori (uno a diesel, uno a benzina). Ne sono orgoglioso? No. Mi sento in colpa? Nemmeno. Credo che alimentino quella dinamica centralizzante e alienante di cui parlavo? Sì. E provo a spacciarveli per compromessi inevitabili, con l’aria di chi dice “in fondo non c’è niente di male”? No. Credo che sia mio — nostro — dovere cercare delle alternative. Senza arrenderci. E finché non le troviamo, non ha senso sentirci in colpa; ma non ha senso nemmeno fingere che sia una virtù. Sono soluzioni contraddittorie, e così andrebbero raccontate.


Recentemente ho sentito George Monbiot (paladino dell’ecomodernismo) definire quelli come me, come noi, sostenitori di un “ruralismo nostalgico”.

Non so voi, ma io non sono un nostalgico. A me del passato, a livello ideologico, non interessa niente. Io vorrei vedere un’agricoltura con più persone per ettaro, più alberi e policolture, meno trattori e più trazione animale, meno clienti e più commensali, meno scientismo e più metodo scientifico, meno input e più processi, meno chimica di sintesi e più biologia del suolo, meno brevetti e più sovranità sementiera, meno filiere lunghe e più relazioni dirette, meno certificazioni e più fiducia, meno efficienza e più resilienza, meno sussidi e più autonomia, meno fretta e più osservazione. Vorrei vedere comunità rurali nuove, mai viste prima; esperimenti di mutualismo, municipalismo, comunitarismo, bioregionalismo; con tecniche, attrezzi, saperi, relazioni e mentalità che ci permettono di esplorare il nostro ruolo nell’ecosistema, di riallineare le nostre dinamiche interiori ed esteriori. Inevitabilmente qualcosa somiglierà al passato, ma molto altro non riusciamo nemmeno a immaginarcelo.


Tu, invece? Che agricoltura vorresti contribuire a costruire? Quali azioni, tecniche e compromessi che fai oggi vanno in quella direzione? Come ti fa sentire il fatto che alcune delle cose che fai oggi potrebbero portare a un domani diverso da quello che vorresti?


La solitudine no che non è un affare, ti fa credere di risparmiare e invece non è che uno sperpero. — Samuele Bersani

 
 
 

Commenti


Blog

bottom of page