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TEA - che succede?

  • Immagine del redattore: Dario
    Dario
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Il 17 giugno 2026 il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo, in seconda lettura (431 voti a 201, con 29 astensioni), al regolamento sulle Nuove Tecniche Genomiche — le NGT, che in Italia chiamiamo anche TEA, tecniche di evoluzione assistita. Le piante NGT vengono divise in due categorie: le NGT 1, considerate equivalenti a ciò che si sarebbe potuto ottenere con il miglioramento genetico tradizionale e quindi trattate più o meno come una coltura qualsiasi; e le NGT 2, che restano dentro la cornice normativa già esistente per gli OGM. Il regolamento si applicherà dal 2028 circa.


In questo caso, l'UE ha deciso di regolamentare non il metodo con cui una pianta è stata ottenuta ma le caratteristiche della pianta finita – decidendo che siccome la genetica delle piante NGT1 potrebbero in teoria venire fuori anche da processi naturali, allora non comportano alcun rischio.Diversi emendamenti sono stati presentati — per vietare i brevetti sulle NGT, per tutelare gli agricoltori dalla responsabilità in caso di contaminazione accidentale, e per imporre un registro pubblico delle piante NGT 1 con i relativi metodi di rilevamento. Tutti bocciati. Ma il dettaglio più spinoso è forse quello che riguarda le etichette: gli alimenti NGT1 non porteranno alcuna etichetta OGM, soltanto le sementi.


Il voto ha spaccato l'opinione pubblica come c’era da aspettarsi. Coldiretti e Filiera Italia hanno parlato di «una svolta epocale», presentando le TEA come un’innovazione tutta italiana che «non ha nulla a che vedere con i vecchi OGM transgenici»; le aziende sementiere, tra cui KWS ed Euroseeds, hanno tirato un sospiro di sollievo per la certezza normativa. Dall’altra parte, la Via Campesina ha denunciato «la deregolamentazione delle piante OGM-NGT», e FederBio, altri enti del biologico e una vasta schiera di piccoli agricoltori e consumatori hanno protestato contro quello che leggono come un passo pericoloso e poco trasparente.


Ogni volta che salta fuori un tema così controverso, immancabilmente si leggono posizioni nettissime — spesso comprensibili, ma emotive, e quasi sempre impostate allo stesso modo: quello che penso io è sensato e giusto, e l’opposto è sconsiderato, pericoloso, disastroso. Su una questione tanto intricata, eticamente e biologicamente, forse ha più senso presentare i fatti, le ragioni a favore e quelle contrarie in maniera equilibrata, e solo alla fine esprimere un’opinione. Questo è quello che provo a fare qui, senza pretendere che la mia sia una posizione particolarmente illuminata. Anzi, soffermandomi volutamente su alcuni spunti che non ho letto altrove, ed esimendomi dal dire le cose ovvie che probabilmente vi aspettereste di leggere in un post sui TEA. I miei clienti e i colleghi agricoltori possono farsi un'idea, e spero che si apra una discussione. Tutto sommato, non credo che questa storia si rivelerà tanto catastrofica, né tanto decisiva, quanto le due parti vogliono far credere.


Cosa sono le NGT, e non sono solo OGM?

In parole semplici, le NGT introducono una piccola modifica mirata nel DNA della pianta stessa. La più nota è CRISPR — una specie di «trova e sostituisci» applicato ai geni: si va in un punto preciso del genoma e si spegne un gene, o se ne scambiano poche «lettere». Il risultato è una pianta simile, con una riga del codice genetico riscritta.

Detta così somiglia agli OGM, e in effetti la tecnica in sé non è molto diversa. Nell’OGM classico, il transgenico, si inserisce un gene di un’altra specie — il caso da manuale è un gene batterico messo nel mais per aumentarne le resistenze alle malattie e le rese. Le modifiche NGT non fanno la stessa cosa: riorganizzano i geni propri della pianta senza aggiungere DNA estraneo, con un risultato che in teoria sarebbe potuto emergere da un’evoluzione naturale. È proprio questa presunta equivalenza che è stata usata per far passare gli NGT come un qualcosa di sicuro per il consumatore e di rivoluzionario per l’agricoltura. Ovviamente, per molti c’è una differenza sostanziale tra «sarebbe potuto accadere in natura» e «è accaduto in natura», perché le modifiche possono avere effetti non voluti (off-target effects)


Uno spettro, non una frattura netta

A una lettura storica, gli NGT non sono altro che l’ultimo passo di una lunga serie di tecniche di miglioramento genetico — uno spettro che va dall’indiretto al sempre più diretto. Vale la pena metterle in fila, perché il confine normativo (OGM sì / OGM no) segue questo spettro solo alla lontana.


  • Selezione e incrocio — scegliere e accoppiare piante. Fatto da millenni.

  • Ibridi F1 — incroci per ottenere il cosiddetto vigore ibrido, spesso basati sulla sterilità maschile citoplasmatica, a sua volta talvolta ottenuta in laboratorio per fusione di protoplasti tra specie diverse. Considerati convenzionali, non OGM (anche se gli standard biologici più severi rifiutano la via della fusione). Gli F1 sono la maggior parte delle piante e delle verdure in commercio, se non sono biodinamiche (NON BIOLOGICHE) e non vengono da una Microfarm che decide esplicitamente di non usarli.

  • Mutagenesi indotta — dagli anni ’20, semi colpiti con raggi gamma o mutageni chimici per forzare mutazioni casuali, poi selezionati. Migliaia di varietà, molte delle quali biologiche, nascono così — grezza, non mirata, eppure esente dalle norme OGM. L’esempio più conosciuto è la creazione del grano Creso, a partire dall’irraggiamento a raggi gamma del grano Cappelli. Moltissimi grani moderni italiani discendono da quella prima modifica.

  • Poliploidia indotta — si usa la colchicina per raddoppiare i cromosomi di una pianta e renderla senza semi (angurie, banane, uva e moltissime ornamentali).

  • Selezione assistita da marcatori — marcatori del DNA cha aiutano a guidare un miglioramento svolto con selezione tradizionale.

  • Transgenesi — l’OGM classico: geni estranei inseriti (usato specialmente per rendere colture seminative resistenti agli erbicidi).

  • Cisgenesi — trasferimento di geni dalla stessa specie, o da una con cui si incrocerebbe comunque.

  • RNAi — consiste nel silenziare un gene invece di modificarlo.

  • Gene editing / NGT — modifiche mirate, spesso senza alcun DNA estraneo.


Se andiamo a vedere come queste tecniche sono state regolamentate, ci accorgiamo che le norme non hanno mai seguito la biologia in modo coerente. Per decenni abbiamo bombardato i semi con i raggi gamma e archiviato i risultati nei normali cataloghi — addirittura considerandoli certificabili nel biologico — senza alcun clamore e senza alcun dibattito pubblico. Gli OGM transgenici hanno avuto il trattamento opposto: una battaglia lunga, aspra, su scala continentale. Con CRISPR e le NGT quella battaglia si ripresenta — solo più sommessa, e gestita con una comunicazione più curata.

Sta a noi, uno per uno, alla nostra coscienza ecologica, politica, sociale - decidere dove tracciare la linea. Irraggiamento a raggi gamma è troppo? O già gli F1 con maschio-sterilità indotta? Oppure il trasferimento di geni rappresenta la linea da non valicare?


Le ragioni a favore delle NGT

Queste tecniche sono state volute a gran forza da tanti attori: ditte sementiere, associazioni di cateogoria e lobby dell’agribusiness. Le motivazioni principali hanno a che fare con precisione e velocità: dove la vecchia mutagenesi spargeva cambiamenti casuali e costringeva ad aspettare che si propagassero naturalmente per incrocio, la modifica NGT punta a un singolo gene noto e arriva al risultato desiderato anni prima di un incrocio. Questa tecnica può garantire quindi: resistenza a un parassita o a un fungo, e quindi meno trattamenti; tolleranza a siccità, caldo o salinità; meno tossine, migliore qualità nutrizionale, maggiore conservabilità. Si parla già di colture resistenti all’oidio, grano che in cottura sviluppa meno acrilammide, riso resistente a diverse fitopatologie. A detta di chi è a favore, si tratta di un miglioramento genetico utile e incrementale, più rapido e più mirato di prima. E poiché non serve alcun DNA estraneo, secondo i sostenitori il prodotto è in sostanzconvenzionale. Inoltre, poiché l’editing costa poco, la loro speranza è che lo usino anche i laboratori pubblici e i piccoli selezionatori.


Le obiezioni

Come ci si può immaginare, tante sono le obiezioni serie, e meritano un analisi attenta.


La prima è la precauzione: le modifiche possono avere effetti a catena indesiderati (off-target), e non è chiaro se una pianta editata sia davvero «equivalente» a una nata da sé.


La seconda riguarda il modello di agricoltura —le NGT possano consolidare monocolture avide di input invece di sistemi diversificati e a basso input.


Ma le tre che hanno acceso lo scontro più duro in Parlamento sono state trasparenza, brevetti e tutela degli agricoltori: ognuna, non a caso, un emendamento bocciato.


Trasparenza. Gli alimenti NGT1 non saranno contrassegnati da un’etichetta particolare (soltanto le sementi), e molte modifiche saranno indistinguibili in laboratorio dalle mutazioni naturali, quindi non saranno nemmeno facilmente rilevabili. L’emendamento per un registro pubblico e per i metodi di rilevamento è stato bocciato. I sostenitori rispondono che, in base al principio di equivalenza, non c’è nulla di significativo da segnalare. Questo però, non permette al consumatore di scegliere se vuole somministrarsi un prodotto derivante da modifica genetica o no. Per fortuna, per i prodotti certificati biologici, almeno per ora, non saranno usati NGT.


Brevetti. I tratti editati possono essere brevettati, e la proposta di vietare i brevetti sulle NGT è stata respinta. I critici temono un mercato delle sementi dominato da poche aziende, e agricoltori trascinati in contenziosi quando un tratto brevettato finisce nei loro campi; anche l’emendamento per tutelarli è stato bocciato. In realtà, la questione è ancora più delicata: poiché la stessa sequenza genomica potrebbe presentarsi in natura, un agricoltore potrebbe essere citato in giudizio dal titolare di un brevetto su quella sequenza o su una simile, pur senza alcuna contaminazione e senza alcun dolo. Va detto però che le varietà brevettate esistevano ben prima delle NGT — Salanova, Pink Lady e molte altre cultivar sono solo alcuni esempi.


Centralizzazione. Non è difficile leggere in tutto questo processo un disegno pensato per rafforzare le multinazionali sementiere: norme più leggere, brevetti difficili da rilevare, costi della contaminazione che ricadono sull’agricoltore biologico, l’unico a non averle mai volute. Le clausole di esclusione (opt-out) esistono, ma un Paese può difficilmente far rispettare un divieto su qualcosa che non è in grado di rilevare.


La mia opinione

Personalmente, due aspetti mi interessano più di tutti: la trasparenza e la centralizzazione.


La mancanza di trasparenza è uno dei punti più problematici. Senza etichetta per chi acquista, su un prodotto che, per come è fatto, non si può distinguere dagli altri, toglie la possibilità di sapere cosa si sta mangiando, e di scegliere altrimenti. Il Parlamento poteva conservare quella possibilità, con un registro e dei metodi di rilevamento, e ha scelto di non farlo. Per me questo è molto più grave delle modifiche genetiche, l’impossibilità di sapere cosa si sta mettendo nel piatto.


Per fortuna, però, dove la legge non informa possiamo farlo noi: possiamo ricordare ai clienti che il biologico resterà senza NGT e, anche nelle aziende non certificate, possiamo dichiarare apertamente di coltivare senza NGT; e lasciare al consumatore la scelta. È l’ideale? No, ma è qualcosa che possiamo fare subito. Io tratterei i clienti, e tutti i cittadini, da adulti intelligenti, lasciando loro la libertà di scegliere. (E metterei sull’etichetta anche molte più cose: non solo la genetica, ma come è stata coltivata una pianta, quanto è stato meccanizzato il lavoro, quanta acqua è stata data, i trattamenti svolti — ma questa è un’altra storia.)


La centralizzazione mi preoccupa ancora di più, ed è una questione che trascende le TEA. Se leggiamo la situazione in maniera sistemica, tutti gli ultimi sviluppi puntano nella stessa direzione: una fetta sempre maggiore del sistema alimentare — le sue sementi, le sue regole — in mani sempre meno numerose, organizzate e potenti. Il potere tira tutto verso il centro e lo inghiotte — cibo, medicina, e tanti altri aspetti della nostra vita — finché poche multinazionali si ritrovano a poter fare il bello e il cattivo tempo. E, si badi bene, non mi sentirei molto più tranquillo se a tenere le redini fosse lo Stato. Con il cibo, come con quasi tutto, non credo che la centralizzazione sia una strada saggia né compatibile con la salute. I processi ecologici ci insegnano che la resilienza sta nella diversità, nella complessità, nella ridondanza e nel radicamento locale — non in una gerarchia di controllo dalla struttura semplificata ed efficiente.


Questa tendenza al controllo centralizzato, però, si manifesta in molti più aspetti dell’agricoltura moderna, e per questo rimango piuttosto perplesso quando vedo che certi critici si indignano solo quando si parla di genetica. Se si studiano la storia scientifica e politica dell’agricoltura, è lampante che sviluppi come la meccanizzazione (e la sua dipendenza dai combustibili fossili), l’uso diffuso della plastica, l’introduzione dei moderni ibridi F1 e di molte delle altre tecniche genetiche elencate sopra, la robotizzazione dei campi e molti altri aspetti controversi fanno tutti parte dello stesso processo. Un processo che porta a sempre meno agricoltori per ettaro, e quei pochi che rimangono stanno pure seduti su un trattore con GPS e aria condizionata. Tutto questo, come ho scritto in passato, ha pochissimo a che fare con l’efficienza e con lo sfamare le masse (anche perché fallisce su entrambi i fronti), ed è una strategia concertata (si legga Seeing like a State, tra gli altri) per implementare un maggior controllo centralizzato.


Eppure, come per la plastica o per il trattore, ognuno ha le sue posizioni su questi temi, e, ad ascoltarle bene, quasi tutte hanno le loro ragioni, anche se spesso mi trovo in disaccordo con la maggior parte dei miei colleghi. Quello che mi piacerebbe vedere, è una discussione aperta — mettendo sul tavolo i fatti, i pro e i contro, le opinioni — e rispettare chi la pensa diversamente da noi.


Mi piacerebbe che agricoltori e consumatori prendessero le loro decisioni (sia quelle quotidiane che quelle più grandi) pensando a quale futuro vorrebbero costruire. Con ragionamenti e obiettivi concreti. Per esempio: vogliamo che l’agricoltura di domani sia gestita da professori universitari che comandano a distanza una forza lavoro di robot guidati dall’IA? Vogliamo che il cibo di domani ci venga consegnato in capsule vendute da poche multinazionali, contenenti tutti i nutrienti che ci servono (comodamente misurati da sensori nel nostro corpo e nelle nostre case)? Perché è in questa direzione che stiamo andando, e le NGT ne sono solo una piccola parte.


Oppure, magari, in un mondo ideale le comunità partecipano attivamente alla produzione del cibo, e ci sono decine di persone per ettaro, con tecnologie semplici ma efficaci che non si sostituiscono all’uomo negli aspetti più gratificanti del coltivare, raccogliere, trasformare, condividere.


Non credo che una visione sia oggettivamente migliore dell’altra; vorrei semplicemente che potessimo scegliere liberamente come mangiare, come coltivare, come comprare, come vivere — con tutte le opzioni a disposizione, e senza che nessuno cerchi di imporre la propria demonizzando tutte le altre.

 
 
 

2 commenti


algarufi
4 ore fa

Buonasera Dario e grazie sempre per ciò che fai per tenere alta soglia di attenzione riguardo argomenti che passano in sordina

Potrei condividere questo articolo su LinkedIn e con chi conosco personalmente?


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giacomo.savio22
un giorno fa

Grazie Dario, per queste preziose informazioni e per le riflessioni che ne derivano. Posso dire che sono d’accordo con te sulle conclusioni, probabilmente non c’è una vera soluzione migliore dell’altra, ma anche io credo che avere la possibilità di scelta sia quello che dovremmo ricercare, perché questo porterà inevitabilmente alla diversità. Che come ci insegna la Natura, e hai anche scritto tu, arricchisce il mondo. Ognuno si sceglierà la via che più lo rende felice 🙂 e piu si è consapevoli e piu saggiamente possiamo scegliere per la nostra felicità!

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