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Newsletter di Settembre

  • Immagine del redattore: Dario
    Dario
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Amiche, amici,

 

Ci ritroviamo dall’altra parte di Agosto, dove in teoria l’aria dovrebbe essere più fresca e i suoli più umidi. Spero che sia così per voi. Qui a Firenze la pioggia ci ha concesso il tanto atteso sollievo da un’estate rovente, siccitosa ma dall’aria umida come non mai. Subito dopo, però, è tornato il caldo. Questa, che sembra la nuova normalità, mette a dura prova le tempistiche di trapianto estivo tradizionali.

 

Normalmente, per avere un raccolto da Settembre a Marzo dell’anno dopo, è necessario trapiantare da fine Luglio a metà Agosto. Se si trapianta troppo tardi, nonostante le temperature potrebbero essere ancora abbastanza elevate, le ore di luce complessive non permettono alle piante di crescere in tempo ed arrivare a maturità nei tempi necessari.

 

Con le temperature e le siccità degli ultimi anni, però, trapiantare a fine Luglio o inizio Agosto è diventata una sfida disumana. Tra teli ombreggianti, irrigazioni copiose e frequenti e un suolo con una sostanza organica sempre più alta, anche quest’anno siamo riusciti a portare a casa una buona percentuale di trapianti con poche perdite.

 

Discorso diverso è quello del semenzaio, dove la difficoltà ad allevare piccole piantine per il trapianto estivo è un ordine di grandezza maggiore rispetto al farlo in primavera. Anche qui gli accorgimenti sono tanti: telo ombreggiante al 70%, irrigazione di 15 minuti 3 volte al giorno, substrato arricchito con lombricompost per contrastare il dilavamento dei nutrienti, zona di germinazione all’ombra per evitare fallanze, trattamenti con olio essenziale d’arancio per contrastare l’altica.

 

Questo Agosto ci ha visti occupati anche ad affrontare un’infestazione di acari su uno dei nostri due gruppi di galline, con dei dubbi etici e pratici niente male, che ho discusso in un video che trovate sotto.

 

Insomma, fare agricoltura in quello che alcuni chiamano l’antropocene è un atto di giocoleria niente male.

 

Finiti i trapianti estivi (che si sono divisi in due tranches: una parte la prima e l’altra l’ultima settimana di Agosto), qui a OrtoForesta inizia un periodo di intensa attività. Prima la potatura autunnale dei filari agroforestali, che abbiamo già iniziato (video sotto). Poi una serie di incontri di formazione. E nel frattempo, tanta raccolta e la gestione dell’orto, che in questo periodo tende sempre al selvaggio e all’indisciplinato.

 

In tantissimi (quasi 60!) mi avete scritto tra social, email, Substack, Whatsapp e Telegram per dirmi di continuare a scrivere questa newsletter. Non me lo aspettavo! Però sono contento che preferiate questo contenuto più riflessivo alla frenetica fiera della brevità a cui assistiamo sui social. Grazie del feedback, e, come sempre - continuate a farmi sapere cosa vi passa per la testa nel leggere quello che scrivo.

 

Quindi qui sotto, come al solito, vi lascio una serie di contenuti che spero vi facciano riflettere e dai quali possiate prendere spunto.


 

Aggiornamento sui filari agroforestali

 

OrtoForesta è stata progettata con uno scheletro di filari agroforestali sperimentali. Fin dall’inizio, l’intenzione era quella di non ricavare un utile monetario da questi filari, ma utilizzarli come banco di prova per idee, consorzi di specie, tecniche di potatura, gestione della biomassa e molto altro. Dal progetto iniziale ad oggi, tante cose sono cambiate sia nei filari che nel mio modo di vedere l’agroforestazione. Se alcuni principi e tecniche si sono rafforzati, altri si sono aggiunti alla mia visione complessiva di questo tentativo di imitare la natura degli ecosistemi in chiave produttiva.

 

Se è di interesse, scriverò un articolo dettagliato su questo tema (fatemelo sapere!) Nel frattempo, vi condivido una serie di post e video realizzati di recente che mostrano l’evoluzione sia dei filari che dei principi di progettazione e gestione.

 

Tra l’altro, ci sono ancora 4 posti per il corso di Agroforestazione del 20 Settembre qui a OrtoForesta! Per iscrivervi potete cliccare qui.

 

I filari al quarto anno, specie per specie, ripresi quest’estate: susini · peschi · albicocchi · meli

 

Due video su altrettanti nodi progettuali:

 

E due articoli, per chi vuole il ragionamento per esteso:

 

Consulenze in giro per l’Italia

 

In questi mesi sto girando un po’ per lo stivale per seguire progetti che ho contribuito a progettare o ai quali do supporto tecnico. Più mi cimento in questo lavoro, più mi rendo conto di quante dimensioni e quanti livelli vadano presi in considerazione.

 

Alcuni di voi mi hanno chiesto di condividere qualcosa su questo processo, e lo faccio con piacere, anche se in modo molto sintetico.

 

Pochi giorni fa ho ricevuto un video da una fattoria comunitaria a Cockington, in Inghilterra - Meadow Farm - con focus sull’autosufficienza e indipendenza alimentare. Dopo che nel 2022 Jane e David erano stati a una visita aziendale di Living Soil Garden, ero andato a visitarli a Meadow Farm. Passai lì mezza giornata, e rimasi folgorato dalla motivazione, dall’entusiasmo e dalla coesione del gruppo di volontari. La consulenza fu semplicemente un flusso di idee e di spunti, che evidentemente sono serviti a creare una connessione tra il paesaggio di Meadow Farm, i sogni e desideri delle persone che la compongono e le ispirazioni prese da Jane e David in altri sistemi rigenerativi. Sentire la voce fuori campo del mitico Keith (instancabile volontario anche in altri progetti che ho seguito in UK) raccontare tutti i progressi della fattoria, con l’entusiasmo di chi è di fronte a un’abbondanza che non si aspettava, mi ha fatto venire un tuffo al cuore.

 

Entrare in un paesaggio e in delle vite diverse è allo stesso tempo un atto di umiltà e arroganza. Quando un agricoltore o un proprietario mi danno fiducia, spesso lo fanno con la speranza che io possa fargli evitare errori o risolvergli i problemi in quanto esperto. E, per quanto sia vero che nella maggior parte dei casi il mio contributo è di supporto alla causa, ogni volta si tratta di un processo delicato; perché un conto è progettare e gestire un sistema in prima persona, tutt’altra cosa è suggerire una visione e una direzione a qualcun altro.

 

La sfida è armonizzare ciò che il committente vuole, ciò di cui ha veramente bisogno, ciò che è possibile, e ciò che ecosistema e paesaggio suggeriscono e per cui sono vocati. L’aspetto più interessante di questo lavoro è vedere come questi elementi si mescolano e cambiano nel tempo, dinamicamente.

 

Non vi nascondo che mi ritrovo a dire di no a diversi progetti: a volte perché non risuonano con la mia visione o con il mio modo di lavorare; a volte perché non credo di essere la persona giusta sia per vocazione che per competenze; mentre in alcuni casi è una questione di tempo e priorità.

 

Se posso, prediligo contesti e persone che hanno una vocazione a sperimentare insieme, per rompere la barriera tra consulente e committente e ritrovarsi a fare una ricerca partecipata, in cui il mio ruolo diventa quello di guidare la sperimentazione e aiutare a renderla profittevole su vari fronti.

 

La verità è che, come molti agricoltori, è difficile tirarmi via dal mio campo. L’unica cosa che è più forte del richiamo di OrtoForesta e del mio piccolo, giovane ecosistema familiare, è, occasionalmente, la voglia di sperimentare e imparare.

 

Vi metto qui qualche foto scattata negli ultimi giorni in alcuni giovani progetti che ho contribuito a progettare e che ho visitato per vederne i progressi. Ne trovate altri, più adulti e con foto e informazioni, a questo link.

 

 

Trasparenza, hobbismo e altre elucubrazioni

 

Ad Agosto ho registrato due video un po’ diversi dal solito, dei ragionamenti ad alta voce su temi di etica e deontologia professionale. Il primo nasce proprio dall’infestazione di acari di cui vi ho parlato sopra: per una svista grave, abbiamo perso due galline e per far rientrare la situazione abbiamo fatto ricorso a un insetticida sintetico - una cosa che sta fuori dalla nostra scala di valori. Tra le persone che ci sono venute a visitare, quasi tutte si sono stupite del fatto che gliene parlassi così candidamente, e tutte ci hanno sconsigliato di parlarne pubblicamente. E io, invece, ne ho parlato nel video qui sotto - perché credo che la trasparenza faccia parte del nostro mestiere.

 

Nei video sotto, parlo, tra le altre cose, anche della differenza fra fare le cose meglio di prima o meglio degli altri, e farle bene, e dell’idea che l’hobbista e il professionista debbano lavorare secondo standard diversi.

 

Fatemi sapere cosa ne pensate con un commento sotto i video, o in qualsiasi altra forma preferite comunicare con me.

 

 

 

Uno sguardo altrove: Eric e Anne Nordell

 

Eric e Anne Nordell coltivano ortaggi su 2.5 ettari in Pennsylvania (USA) dagli anni Ottanta. Il sistema di Eric e Anne è interessante per vari motivi. Il loro metodo si avvale soltanto (!) di trazione animale (non hanno un trattore ma due cavalli); lavorano in totale aridocoltura; riescono a mantenere l’intera superficie senza spontanee infestanti, inerbendo i camminamenti in maniera superba; hanno ridotto le lavorazioni al minimo, riducendo l’impatto di tornado e altri eventi erosivi.

 

Ogni anno metà di quella superficie non produce niente da vendere: sta a cover crop, o resta in un breve maggese nudo, con l’unico scopo di esaurire la banca semi delle infestanti. Da lì viene il loro motto, weed the soil, not the crop: invece di rincorrere le erbe fra le colture, si lavora sul suolo nei mesi e negli anni in cui la coltura non c’è.

 

Il tutto gestito in due, senza alcun dipendente.

 

Tra le tante cose che mi intrigano, affascinano e ispirano di questo sistema c’è anche l’approccio di totale contrasto al classico “più input, più meccanizzazione, più superficie”, che vediamo spesso in agricoltura.

 

Vi consiglio questi tre contenuti che esplorano nel dettaglio i metodi di Eric e Anne:

 

 

 


 

Corsi a Firenze e altrove

 

Pochissimi posti rimasti per i corsi qui da noi a OrtoForesta nei mesi di Settembre e Ottobre!

 

Date un’occhiata soprattutto al corso base di Orticoltura, perché quest’anno è molto diverso e includerà diversi approcci all’orto: minima lavorazione, no-dig, cover crops, agricoltura naturale e molto altro! Trovate tutte le info qui.

 

 


Tra gli altri corsi dei prossimi mesi, vi segnalo soprattutto il corso in Sicilia, dall’amico Alessandro di Inferno Food Forest! Per chi si trova al sud, parleremo dell’importanza pratica di fare agroforestazione per mitigare l’impatto sulle orticole in climi estremamente caldi e siccitosi. Info e iscrizioni.

 

 

Ai margini

 

La rubrica di questa newsletter: una citazione, una persona, un libro — spesso fuori dal solco dell’agricoltura, perché è ai margini che emergono gli spunti più interessanti.

 

La citazione - Aldo Leopold

 

“To those devoid of imagination a blank place on the map is a useless waste; to others, the most valuable part.” (Aldo Leopold) 

 

Per chi è privo di immaginazione uno spazio bianco sulla mappa è uno spreco inutile; per gli altri, è la parte più preziosa.

 

La persona - Christine Jones

 

Christine Jones è un’ecologa del suolo australiana, e da anni porta avanti un’idea che ha cambiato profondamente il modo in cui tanti di noi guardano al suolo. Grazie ai suoi studi, oggi sappiamo che il carbonio che resta nel suolo non è tanto quello che ci mettiamo dentro con pacciamature, ammendanti e fertilizzanti vari, quanto quello che le piante convertono a partire dall’anidride carbonica e dalla sinergia con i microrganismi che vivono sulle loro radici. Christine Jones la chiama la liquid carbon pathway, la via del carbonio liquido. La pianta fissa carbonio con la fotosintesi, ne rilascia una quota consistente dalle radici sotto forma di essudati, e con quella moneta compra dai funghi micorrizici e dai batteri i minerali e l’acqua che da sola non riuscirebbe a raggiungere. È lì, grazie a essudati, prodotti e necromassa batterica che si costruisce l’humus stabile, molto più che in un cumulo di compost.

 

Il corollario è: se alla pianta diamo azoto e fosforo solubili, la pianta smette di pagare, la relazione con i funghi si spegne, e quel carbonio non viene più rilasciato nel suolo. Jones lavora fuori dai circuiti accademici, pubblica quasi tutto gratuitamente sul suo sito Amazing Carbon, e insiste su una cosa che in orticoltura tendiamo a dimenticare: conta più la diversità delle specie vive che stanno nel suolo che la quantità di sostanza organica che ci mettiamo dentro.

 

 

Un’altra persona - Wendell Berry

 

Non posso non fare menzione, pochi giorni dopo la sua scomparsa, di Wendell Berry. Era un poeta, un romanziere e un saggista, ed era anche un agricoltore: nel 1964 aveva lasciato l’insegnamento all’università di New York per tornare nella contea in cui era nato, e dall’anno dopo ha iniziato a coltivare un appezzamento marginale di collina sopra il fiume Kentucky, tutto con trazione animale e seguendo le vie pioneristiche dell’agricoltura ecologica. Da lì ha scritto per sessant’anni alcune delle critiche più aspre e più lucide di sempre all’agricoltura industriale — The Unsettling of America è del 1977 e non è invecchiato di un giorno — insistendo su una cosa che continuiamo a far fatica a digerire: l’agricoltura è cultura, e nell’abbandonare un modo di approcciare i campi più lento e naturale non stiamo perdendo soltanto una tecnica, stiamo perdendo il collante di una comunità.

 

Il testo che secondo me ci riguarda più da vicino è però un saggio breve del 1981, Solving for Pattern, dove Berry distingue tre tipi di soluzione: quella che peggiora il problema che dovrebbe risolvere, quella che lo risolve scaricandone il costo da un’altra parte, e quella buona, che ne risolve più di uno alla volta e non ne crea di nuovi, perché lavora dentro il disegno complessivo invece di combatterlo. È esattamente quello che proviamo a fare quando progettiamo un filare agroforestale invece di comprare l’ennesimo input, ed è il motivo per cui tendo a diffidare delle soluzioni che funzionano benissimo per una cosa sola.

 

Tra le tantissime e bellissime cose scritte, consiglio The Art of the Commonplace, The Unsettling of America e, tra i romanzi, Jayber Crow. Ma anche tanto, tanto altro. Tra le perle e curiosità, nel 1987 Berry aveva anche scritto un saggio sul perché non avrebbe comprato un computer: rileggerlo oggi, mentre discutiamo di intelligenza artificiale in agricoltura, fa un certo effetto.

 

 

Il libro - What your food ate

 

What Your Food Ate di David R. Montgomery e Anne Biklé (2022) collega due discorsi che di solito viaggiano separati: quello che facciamo al suolo e quello che finisce nel piatto. Lui è un geologo, lei una biologa, e nei libri precedenti avevano già raccontato il suolo e il microbioma umano come due facce dello stesso problema. Qui provano a chiudere il cerchio, mettendo in fila le evidenze su una cosa che nel nostro ambiente diciamo spesso e dimostriamo poco, e cioè che il contenuto di minerali e soprattutto di composti biochimici della pianta — e della carne, del latte e delle uova che ne derivano — dipende da come è stata coltivata e da cosa ha mangiato, non solo dalla specie o dalla varietà.

 

Il passaggio che ci riguarda più da vicino è quello sul miglioramento genetico, dove mostrano quanta densità nutrizionale abbiamo sacrificato negli ultimi decenni per avere maggiore resa, pezzatura e conservabilità. È un libro denso, pieno di riferimenti, e onesto sulle incertezze: che è uno dei motivi per cui lo consiglio.

 

 

Per oggi mi fermo qui, che s’è fatto tardi e domani c’è un bel po’ da raccogliere per le prime cassette autunnali.

 

Fatevi sentire, anche e soprattutto per farmi notare se, secondo voi, ho detto delle castronerie.

 

Buon Settembre, e a presto.

 

Dario

 

 
 
 

1 commento


Sarebbe interessante approfondire in un post le cose che sono cambiate sia nei filari che nel tuo modo di vedere l’agroforestazione. Come hai accennato qua, nel tentativo di imitare la natura degli ecosistemi in chiave produttiva.

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