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Più macchine o più persone?

  • Immagine del redattore: Dario
    Dario
  • 2 ago
  • Tempo di lettura: 5 min

La rigenerazione del suolo è soltanto uno degli aspetti del nostro lavoro. Nel modo in cui lo interpretiamo, questo lavoro punta a rigenerare il tessuto del nostro modo di vivere in tanti altri ambiti: ecologico, nutrizionale, sociale, culturale. In questo senso, il ricorso a un macchinario per sostituire il lavoro delle persone è, secondo me, quasi sempre un passo indietro. Quasi: per il trasporto pesante, per certi lavori di preparazione, la macchina fa cose che venti braccia non farebbero comunque meglio. Ma sono eccezioni, e mi interessa che restino tali.


A tal proposito, qualche giorno fa ho avuto una conversazione che voglio riportarvi, perché ci ricorda che le scelte tecniche non possono essere avulse dalla visione di agricoltura che abbiamo.


Raccontavo a un collega di questo protocollo meccanizzato, motivato dal fatto che quest'anno ho meno aiuto in campo — una sola WWOOFer (una persona che viene a lavorare in cambio di vitto, alloggio e apprendimento, senza che passi denaro) e Tessa quando può. La sua risposta è stata: «Vedi che avere meno manodopera gratis ti costringe a migliorare la tua azienda?».


Ecco, quello che lui definisce "migliorare" coincide con la mia definizione di "peggiorare": sostituire persone con macchine significa diminuire il numero di braccia per ettaro e il numero di interazioni per ettaro, aumentare il consumo di combustibili fossili, i costi esterni e tutto ciò che è annesso all'uso di un macchinario.


Su una cosa però ha ragione, e sarebbe disonesto non dirlo: un modello che dipende da braccia che quest'anno non sono arrivate è un modello fragile. Il problema non è che lui veda una difficoltà reale — la vedo anch'io, ogni mattina. Il problema è la direzione in cui, automaticamente, cerca la soluzione. La macchina risolve la fragilità semplificando: meno persone, meno imprevisti. Ma esiste anche la direzione opposta: più legami, più persone che conoscono il campo e possono venire un sabato, una rete che non si regge su un'unica persona. È una soluzione più lenta da costruire — e non compare su nessun preventivo.


Del resto, già definire il lavoro di una WWOOFer "manodopera gratuita" tradisce un modo di pensare in cui il lavoro è, prima di ogni altra cosa, denaro. A me interessa altro: per me fare agricoltura rigenerativa è un modo di proporre modelli diversi di società, alternativi alle dinamiche capitalistiche estrattive che ci vogliono costantemente impegnati a convertire in soldi tutto ciò che facciamo. Citando un famoso sociologo: non tutto quello che conta può essere contato, e non tutto quello che può essere contato conta.


Nel confronto tra una macchina e più persone, infatti, la macchina sembra vincere sempre — perché la macchina è misurabile. Ha un prezzo d'acquisto, un consumo orario, una resa per ettaro: sta comodamente dentro una tabella. Il lavoro di una WWOOFer che impara a riconoscere una specie dall'altra, le conversazioni che nascono mentre si trapianta, i saperi che passano di mano in mano senza fatture e scontrini: tutto questo, semplicemente, nei conti non compare. E ciò che non compare nei conti, in un sistema che decide guardando i conti, viene trattato come se non esistesse. Il collega che mi parlava di "migliorare l'azienda" non era in malafede — parlava l'unica lingua in cui l'azienda si lascia descrivere. L'azienda, appunto. Non la "fattoria".


Ogni gesto fatto a mano, poi, è anche un gesto che osserva: la mano che sarchia vede la lumaca, la crosta che si è formata dopo la pioggia, la foglia che ingiallisce prima che il danno sia evidente anche da lontano. Un protocollo meccanizzato, invece, per funzionare deve semplificare — ha bisogno di un campo che assomigli il più possibile allo schema che la macchina è capace di leggere. Non è un difetto della macchina, è la sua condizione: per agire su un pezzo di mondo deve prima ridurlo a qualcosa di leggibile. Il rischio è che, a furia di adattare il campo alla macchina, finiamo per chiamare "efficienza" quella che è soltanto una perdita di dettaglio — e per non accorgercene nemmeno, perché quel dettaglio perduto non lo misurava nessuno.


In questi stessi giorni mi è capitato di leggere la risposta di Sam Altman, il fondatore di OpenAI, a chi gli chiedeva se lo preoccupasse l'enorme consumo di risorse dei data center per l'intelligenza artificiale. Altman ha ribattuto che, in fondo, anche un essere umano ne consuma tantissime.


Al di là della battuta, il paragone merita di essere preso sul serio — perché rivela come è truccato il conto che facciamo tutti i giorni, anche in agricoltura. Truccato due volte. Da una parte, al lavoro umano vengono tolti tutti i benefici che non si sanno misurare: l'impatto sulla salute, sul benessere, la soddisfazione, la cooperazione, la competenza che resta a chi ha lavorato. Dall'altra, al trattore vengono tolti tutti i costi che non si vogliono misurare: l'infrastruttura per costruirlo e ripararlo, quella per estrarre, raffinare e trasportare il gasolio che lo alimenta, le emissioni che qualcun altro, altrove, sta già pagando. La persona esiste comunque — mangia, respira, si scalda anche se non lavora il campo. Il trattore, invece, esiste solo per il lavoro per cui lo compriamo: tutto il suo costo è in aggiunta. Eppure nel confronto vince lui, perché le cose che sappiamo misurare finiscono per sembrare le uniche reali.


E se il conto è truccato, perché continuiamo a farlo? Perché siamo prigionieri di un paradigma quasi anti-umano, in cui il progresso coincide con il sottrarre l'uomo alla fatica. Qui, secondo me, si nasconde una confusione che vale la pena sciogliere: c'è una fatica che consuma e basta — la schiena di chi vanga da solo per giornate intere, senza scelta e senza fine — e c'è uno sforzo che invece insegna, che lega le persone tra loro, che lascia in chi lo compie una competenza che prima non aveva. Sono due cose diverse. Questo paradigma le tratta come la stessa cosa, e le elimina entrambe.


È chiaro che se a vangare o a diserbare un ettaro dev'essere una persona sola, il trattore le salva davvero la schiena e il portafoglio. Ma se quello stesso sforzo se lo dividessero in dieci o in venti, chiacchierando, ridendo, imparando gli uni dagli altri, avrebbe ancora senso parlare di schiene spezzate? Forse sì, forse no — lascio a voi la risposta.

Sia chiaro: anche io uso il motocoltivatore, anche io meccanizzo dove posso, mi affido all'intelligenza artificiale, al computer, a qualunque cosa mi renda la vita più semplice. È una preferenza personale, la mia, lo riconosco — e guardo con curiosità, senza giudizio, a chi sceglie di meccanizzare, ottimizzare, automatizzare, plastificare, "fabbrichizzare", ingrandirsi. Semplicemente, non è la strada che voglio percorrere. Ma sono passi avanti o passi indietro?


In fondo, il modo in cui coltiviamo — per quanto ci piaccia raccontarci che sia più o meno naturale — resta abbastanza arbitrario. È una cosa che abbiamo deciso noi, e che quindi possiamo decidere diversamente: quante braccia per ettaro, quante conversazioni per ettaro, quante lumache viste in tempo.


E voi, cosa ne pensate?


Cosa preferiresti nella tua fattoria ideale?

  • 5-10 persone/ha - poche lavorazioni tutte manuali + compost

  • 2 persone/ha - motocoltivatore, pellettato, sarchiature

  • 1 persona/ha - trattore e teli plastici

  • 0 persone/ha - droni e robot automatici programmat da remoto


 
 
 

3 commenti


Vincenzo Cataldi
7 giorni fa

Ciao Dario,è sempre un piacere leggere i tuoi aggiornamenti, sono di grande ispirazione e trapela la profondità dei tuoi insegnamenti.Avrei una curiosità: la scelta di non avere persone retribuite, anche stagionali, che possano lavorare per alleggerire il tuo lavoro e quello di Tessa è dovuta a un discorso di filosofia aziendale, a una mancanza di personale oppure anche a difficoltà burocratiche che si incontrano in questi contesti?La mia è solo una curiosità che mi è sorta leggendo l'articolo.

Grazie.

Vincenzo, Lucca.

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Salvando la schiena e la salute si possono evitare i costi sanitari e portare avanti il progetto per più tempo.

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dave
02 ago

Ciao Dario, tanti spunti di riflessione. Ricordo un viaggio in Myanmar e le decine di persone viste lavorare insieme nei campi, nelle attività commerciali, nelle attività artigianali e perfino nelle bancarelle per strada..tanti sorrisi.

D'altrocanto le macchine sono il risultato di reti collaborative tra uomini ancora più estese, nel tempo e nello spazio..dilatate, non presenti nel nostro presente di lavoro.

Anche io in medesimi pensieri ai tuoi mi accorgo che preferirei e preferisco il lavoro sociale nel campo, ma guardo, sperimento e provo la macchina, come una nuova sfida ad alleggerire il corpo, a mettere alla prova l'intelletto, a sperimentare ancora; e mi interrogo sul futuro dell'automazione, servirà produrre? Peggio ancora é "Servirà pensare come migliorare?"

Forse il nostro essere…


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