Ci piacerà solo quello che verrà pagato bene?
Mentre semino un vassoio di lattuga, un seme alla volta, torno a pensare all'atto del delegare in agricoltura. Molti di noi credono che sia normale delegare le cose ripetitive e meccanizzabili alle macchine, quelle meno tecniche ma non meccanizzabili a dei collaboratori dipendenti, e tenere le attività che richiedono competenze capillari e specifiche per noi. Spesso però, nelle piccole aziende agricole, ciò che deleghiamo è quello che ci piace di meno. Finché le macchine facevano solo lavori meccanici il patto reggeva e nessuno se n'è accorto: delegare la semina, il diserbo, l'aratura, il lavaggio dei piatti e dei panni è stata per molti una liberazione. Adesso che un'intelligenza artificiale può scrivere un articolo in trenta secondi, disegnare un logo in un minuto e risolvere problemi complessi in mezz'ora siamo entrati in crisi tutti quanti. Questa crisi è interessante proprio perché rivela delle dinamiche interiori ed esteriori di cui forse non eravamo consapevoli.
Come mai certi lavori ci piacciono e altri no? Perché non ci piace lavare i piatti e diserbare a mano, e ci piace invece progettare un'azienda e scrivere libri? Forse la risposta, se proviamo a essere onesti, è che ci piacciono i lavori che vengono pagati bene. Non che li scegliamo perché pagano: è che ci piacciono perché pagano. Il prezzo non è soltanto il modo in cui misuriamo il valore di un lavoro, ma è diventato il modo in cui riusciamo a percepirlo, tanto che a un'attività senza prezzo facciamo ormai fatica a riconoscere un valore. Il capitalismo non ce lo hanno imposto dall'esterno: ce lo siamo interiorizzato al punto che adesso ci detta i gusti.

Quali lavori, esattamente?
Vale la pena fare la lista, perché è sempre la stessa. Quelli che vorremmo delegare sono i lavori di cura più ripetitivi: lavare i piatti, rifare il letto, diserbare l'orto, seminare i vassoi. Quelli che percepiamo come più creativi, o comunque più appaganti, vogliamo continuare a farli noi: parlare con il cliente, scrivere articoli, fare divulgazione, tenere i corsi.
In orto la faccenda è meno lineare, lo ammetto. Molti colleghi sembrano innamorati di cose come usare giocattoloni grossi e potenti, che non è esattamente un lavoro di cura; oppure di camminare per l'orto e vedere che tutto cresce rigoglioso e pulito, che è una fantasia su cui torno più avanti. Ma la linea che separa i due gruppi, se proviamo ad osservare attentamente, non sembra essere la ripetitività: ma quanto ci si guadagna a parità di sforzo.
Patriarcato?
Qui devo essere preciso, perché il riferimento al patriarcato che sto per fare non è quello diretto, quello della donna che svolge un lavoro di cura che non le viene riconosciuto. È una forma indiretta, e forse è la sua incarnazione più capitalista-consumista: quella che si vede bene nel caso dell'intelligenza artificiale, della meccanizzazione in orto o in casa.
Parto da un'osservazione che faccio con tutte le cautele del caso, perché è un'intuizione confusa e forse anche distorta. Ho notato che spesso — non sempre, e io stesso sono lì a dimostrare il contrario — le woofer e le colleghe donne amano fare proprio i lavori delegabili, in orto come in casa: seminare a mano, diserbare a mano, e in generale le attività di precisione, di manualità, di cura, più che quelle di forza. Che questo sia a sua volta fortemente influenzato dalla cultura patriarcale lo capisco benissimo, e non è lì che voglio arrivare.
Voglio arrivare a quello che succede subito dopo. Il consumismo-capitalismo fa sì che proprio le cose che il patriarcato considera "da donne" siano le prime da delegare a una macchina o a un computer, perché gli uomini non le vogliono fare e non provano piacere a farle, spesso perché rendono poco o niente in forma economica. E quindi via di lavatrice, di lavastoviglie, di macchine di ogni tipo in orto e in qualunque altro campo e settore, mentre nel frattempo tutti quanti vogliono fare le cose creative.
Mi chiedo, e resta un'intuizione confusa, se non sia davvero così: che ci siamo fatti convincere che alcune attività sono sfigate, e che lo abbiamo interiorizzato talmente tanto
che non riusciamo più a farcele piacere.

Da animale che interagisce con l'ecosistema
Ci penso spesso perché lo vedo succedere dentro di me. Da quando faccio lo sforzo — immane, e spesso fallimentare — di rallentare e di approcciare questo lavoro meno da imprenditore e più da animale che interagisce con l'ecosistema, mi ritrovo ad apprezzare lavori che un risvolto economico ce l'hanno, ma a cui non viene assegnato un valore monetario, e che quasi sempre coincidono con le attività di cui sopra: seminare a mano, lavare i piatti tutti i giorni, cucinare lo stesso piatto tutt'altro che originale.
Non è che vogliamo tutti essere artisti, imprenditori e creativi anche perché ci hanno convinti, in modo neanche tanto consapevole, che quelle sono le cose fighe e soprattutto che quelle sono le cose che pagano di più con meno sforzo? I lavori intellettuali o emotivi, insomma, quelli meno meccanici e meno fisici. Salvo che poi molti di noi sentono comunque il bisogno di stimoli meccanici e fisici, e allora ci ritroviamo con gente che in orto fa fare tutto al trattore e poi va in palestra tre volte a settimana. O situazioni simili. Lungi da me criticare: osservo. Anche e soprattutto me stesso.
Il contadino che sogna di non fare niente
Nel caso dell'orto la situazione è ancora più caricaturale. A volte mi sembra che tanti microfarmers sognino di non fare più niente in campo, se non passeggiare tra le colture e vedere che crescono rigogliose, perché più si va avanti con gli anni e più sento discorsi sul delegare alle macchine o ai dipendenti.
Però se ci pensiamo, quasi sempre quelle persone avevano un lavoro in ufficio e hanno deciso di lavorare in campo anche e soprattutto per stare all'aperto, usare il corpo, fare tante attività diverse, interagire con la terra e con le piante direttamente e non attraverso un intermediario. Anche perché di questo passo è quasi certo che l'orto lo faranno i robot, guidati dalle istruzioni di un'intelligenza artificiale che fa il piano colturale, e noi non faremo più nulla. E non ci sarebbe niente di male, se non fosse che da una parte i contadini 2.0 hanno voluto tornare in campagna, e dall'altra, se ascolti i loro desideri e i loro sogni, in campagna mirano a non fare più niente.
Ovviamente molte di queste cose sono subconscie, e da dentro molti di noi non vedono che è proprio questo che stanno indirettamente auspicando. Come la persona che vorrebbe fare solo lavori creativi, originali e ben remunerati, e snobba le attività di cura ripetitive e meccaniche.

E se fossero pagati tanti, quei lavori?
Il mio punto, infine, è questo. Immaginiamo che queste attività, in orto o in casa, venissero remunerate tantissimo: proprio quelle che nessuno vuole più fare. Immaginiamo che diserbare a mano e cucinare lo stesso riso di tutti i giorni all'improvviso, per uno strano motivo, fossero pagati come fare il CEO di Microsoft. Non è che magicamente, indirettamente e subconsciamente, quelle attività diventerebbero attraenti, al punto tale che le interiorizzeremmo e inizieremmo a pensare e a dire che ci piacciono più dell'inutile roba creativa che non serve a nulla e che potrebbe tranquillamente fare un'intelligenza artificiale qualsiasi?
Forse sta succedendo, e basta solo aspettare sulla riva del fiume a guardare.




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